" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche

martedì 15 marzo 2011

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Anche i filosofi sbagliano! Ed è per questo che ho qui raccolto una serie di loro errori, spesso veniali, ma talvolta sconcertanti. Si tratta per lo più di errori concettuali e di contraddizioni: voglio dire, non intendo discutere se Hobbes avesse ragione o no a sostenere lo Stato assoluto, poichè sarebbe naturalmente un parere personale, che chiunque altro potrebbe non condividere. Intendo piuttosto mettere in luce gli errori commessi nei passaggi argomentativi dai vari filosofi, che, bene o male, siamo tutti costretti a riconoscere.




Gorgia e Protagora sono accomunati dalla convinzione che non vi sia verità alcuna e che, in assenza di essa, la parola possa tutto. Tuttavia, se per Protagora ogni cosa è vera, per Gorgia, invece, ogni cosa è falsa. Con l'espressione " l'uomo è misura di tutte le cose , di quelle che sono in quanto sono , e di quelle che non sono in quanto non sono " Protagora intende appunto sottolineare l'assoluta relatività della verità, facendo notare come ciascuno veda le cose alla sua maniera e in modo diverso rispetto agli altri: se io dico che una bevanda è dolce ed un altro dice che è amara, chi ha ragione dei due? Bisognerebbe avere un parametro che dica la verità, il che è impossibile; si può magari chiedere il parere di un'altra persona, ma anche questo è un parere personale, privo di validità universale. Tuttavia, se in assenza di una verità si può dire che tutto è vero (come fa Protagora) o che tutto è falso (come fa Gorgia), nasce un'aporia, sottolineata già da Platone: egli obietta a Protagora che, se tutte le opinioni sono vere, é vera anche l'opinione che sostiene che non tutte le opinioni sono vere e, di qui, anche quella che sostiene che la tesi di Protagora é falsa; allo stesso modo, se tutte le opinioni sono false, allora anche l'opinione di Gorgia, secondo cui tutto è falso, è falsa. A supportare le tesi di Platone è il suo allievo Aristotele, il quale fa notare che con i sofisti, a rigor di logica, non si può neppure discutere perchè, sostenendo che tutto sia vero o che tutto sia falso, nel momento stesso in cui un sofista discute, smonta le sue stesse tesi perchè in un certo senso ammette la distinzione tra vero e falso, la possibilità dell'errore: se infatti ci fosse solo il vero o il falso, nota Aristotele, che motivo ci sarebbe di discutere? 






La questione si risolve qui molto in fretta: Carneade e gli Scettici dicono che non si può sapere nulla con certezza, ma allora non si potrebbe nemmeno sapere di non sapere nulla con certezza. In altri termini, essi sanno con certezza che non si può sapere nulla con certezza, ma già per il fatto di sapere che non si può sapere hanno una certezza. In parole povere, se non posso sapere niente, allora non posso sapere neanche di non sapere niente. Questa è la contraddizione di fondo che serpeggia nella filosofia scettica, ma non è l'unica. Infatti, Carneade é il fondatore del cosiddetto "probabilismo", ossia della teoria secondo la quale, nell'impossibilità di conoscere la verità, si possono comunque tracciare gradi di conoscibilità: ci saranno, cioè, cose più vere e cose più false, anche se la verità in assoluto resta irraggiungibile. Il concetto di probabilismo risulta però inaccettabile, poichè indisgiungibilmente legato a quello di certezza: per poter dire che una cosa é più probabile rispetto ad un'altra, infatti , devo per forza avere una pietra di paragone; in altri termini, se conosco con certezza alcune cose, allora sì che posso parlare di probabilità. Ma se non conosco nulla con certezza (come di fatto sostengono gli Scettici) , allora non posso neanche parlare di probabilità. 

Anselmo da Aosta rientra nel novero di quei pensatori medioevali che si sforzarono di dimostrare, spesso con argomentazioni spericolate, l'esistenza di Dio. Egli elaborò la cosiddetta prova ontologica , ovvero dimostrò l'esistenza di Dio basandosi esclusivamente sulla sua essenza; la prova, che fu considerata valida fino al Settecento prima che Kant la confutasse (Hegel la riterrà invece valida), si basa sulla nozione stessa che di Dio hanno sia il credente sia l'ateo. Si tratta di una dimostrazione "pura" dell' esistenza di Dio, sgancita dalle esperienze sensibili: é una dimostrazione che parte dal puro concetto di Dio. Venendo al dunque, Anselmo immagina un discorso con un ateo, ossia con una persona che in cuor suo nega l'esistenza di Dio; per negare qualcosa si deve sapere per forza che cosa sia, altrimenti non lo si può negare: per negare l'esistenza di un drago devo pur sapere che cosa sia, il che implica che c'é differenza tra esistenza ed essenza. Dunque l'ateo deve sapere che cosa é Dio: Dio é ciò di cui nulla si può pensare di maggiore. Il drago, pur non esistendo nella realtà, ha un suo tasso di essere in quanto ente immaginario, pensato ; certo il suo tasso di essere sarà inferiore rispetto a quello di un cavallo, che esiste sia come ente pensato sia come ente reale. Immaginiamo per un attimo che il drago esista: al tasso di essere che ha in quanto pensato, si aggiunge quello che ha in quanto esistente. Ora passiamo a Dio come puro concetto e ammettiamo che Egli esista: prendiamo in esame il Dio come puramente pensato, che é quello che ha in mente l' ateo: Dio é ciò di cui nulla si può pensare di maggiore, ma se lo si vede come esistente avrà un tasso più elevato di essere e quindi sarà maggiore: rispetto all'essere di cui nulla si può pensare di maggiore si può pensare qualcosa di maggiore, il che è contradditorio. Il ragionamento dell'ateo cade in contraddizione, Dio deve per forza esistere. In fondo, il ragionamento di Anselmo può così riassumersi: l'essere perfettissimo, per essere tale, non può mancare di esistenza, altrimenti non sarebbe il più perfetto. Un contemporaneo di Anselmo, tale Gaunilone, in un trattatello Pro insipiente in cui assumeva la difesa dell'ateo, attaccò la dimostrazione di Anselmo, muovendole essenzialmente due critiche: in primo luogo, la dimostrazione dovrebbe valere per ogni forma di perfezione, vale a dire che se parliamo di un'isola felice, perfetta, allora, a rigore, secondo Gaunilone, seguendo il ragionamento di Anselmo, si dovrebbe arrivare a dire che essa esiste. E questo dovrebbe valere per tutti gli enti perfetti. Ma Anselmo fa notare che il suo ragionamento vale solo per l'essere perfetto in assoluto, Dio, e non per i "perfettissimi" di ogni categoria (l'isola perfetta, la casa perfetta, ecc): infatti, per fare un esempio, nell'essere perfetto assoluto ci sarà la sapienza, nell'isola perfetta non ci sarà. La seconda critica mossa da Gaunilone (alla quale Anselmo non fu in grado di controbattere) consiste nel fatto che, anche ammesso che funzioni, il ragionamento di Anselmo deve partire da un concetto corretto di Dio che solo chi ha fede può avere; il ragionamento anselmiano, dunque, funziona, ma solo per chi già ha la fede, non per l'ateo. Anselmo riconobbe che Gaunilone aveva ragione e ammise che il suo ragionamento serviva solo a chiarire al credente i fondamenti della sua fede. La prova ontologica chiarisce al credente che Dio é "causa sui" (ossia non é creato ma crea), e che in Lui (e solo in Lui) l'essenza implica l'esistenza. Tuttavia la prova ontologica verrà smascherata come errore da Kant in L'unico argomento possibile per una dimostrazione di Dio (1763): l'esistenza non può a nessun titolo far parte dell'essenza e il concetto di Dio è perfetto di per sè, indipendentemente dal fatto che Dio esista o meno. Per smascherare Anselmo, Kant si serve di un esempio molto efficace: immaginiamo di avere in tasca cento talleri. I cento talleri esistenti che io porto nelle mie tasche non sono affatto più perfetti dei cento talleri pensati, poichè, se così fosse, pur avendo cento talleri in tasca, dovrei averne in mente di meno, visto che, per Anselmo, l'essenza "vale meno" dell'esistenza. Il che sarebbe assurdo: ne consegue che non è vero che una cosa esistente è più grande della medesima cosa pensata come inesistente. 

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