" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche
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Meno carriera

martedì 17 maggio 2011

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Gli uomini, filosofi e non, sono in genere carrieristi. Pensano molto alla propria gloria, alla propria posizione.
Platone si fa la sua Accademia, Aristotele il suo Liceo. Francesco Bacone, Hegel hanno speso molte energie per ottenere il successo, politico nel primo caso, universitario nel secondo. Sartre compre tutto il campo della cultura con la rivista Les Temps Modernes. Le donne investono meno negli onori, nelle pubblicazioni, nelle controversie, nelle rivalità. Danno meno spettacolo, fanno meno danni.
Anche quando Jeanne Hersch accumula le cariche (direttrice della sezione filosofia dell'Unesco, ecc...), continua a presentarsi come un'allieva di Jaspers.
In filosofia gli uomini si arruolano, le donne si coinvolgono.
Insomma, le filosofe donne hanno una vocazione al martirio, deliberato o meno, alla morte eroica.






La stoica Porzia, alla notizia della morte del marito, si suicida inghiottendo carboni ardenti, Ipazia viene lapidata dai cristiani, Giulia Domna cessa di mangiare per mostrarsi più forte del suo cancro al seno, Olympe de Gouges subisce la ghigliottina, Margaret Fuller muore in un naufragio, Rosa Luxemburg viene uccisa durante la repressione della rivolta spartachista, i nazisti gassano Edith Stein ad Auschwitz, Simone Weil si lascia morire di tubercolosi.
Sono davvero martiri, vittime, forse non direttamente della loro filosofia, ma almeno del loro coraggio di assumersi una situazione.
Quando una donna fa filosofia, lo fa all'estremo. In religione si spinge sino al misticismo: si vedano Teano, Ipazia, Edith Stein, Simone Weil. In politica sino alla rivolta: si vedano Ipparchia, Margaret Fuller, Rosa Luxemburg, Simone Weil.
In logica sino al formalismo: si vedano Ruth Marcus Barcan, Suzanne Bachelard, Susan Haack.
Una donna entra raramente in filosofia; ma una volta entrata, corre!



Fonte: Filosofi: vita intima di P.R.

Più contatto (parte 2)

lunedì 16 maggio 2011

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Sappiamo che Ipparchia si lascia convincere dal modo di vita cinico: "S'innamorò delle teorie e della vita di Cratete". Di fatto, attua una rivoluzione nella condizione coniugale, sopprimendo il privato. Ipparchia rende pubblico il privato. Fa l'amore con Antistene per strada, lo accompagna ai banchetti, discute apertamente invece di restarsene nel gineceo. Giulia Domna, a sua volta, modifica una condizione filosofica.
Raccoglie intorno a sé una cerchia di filosofi, in senso lato, con Filostrato, Gordiano, probabilmente Alessandro di Afordisia, e altri. E' catalogata non -filosofo dai pensatori maschi moderni, ma non dagli antichi, che la chiamavano "la filosofa Giulia".






Anche in questo caso si riscontra il gusto per il contatti, un altro modo di filosofare, il disinteresse per il culto dell'io, e una nuova condizione umana: la filosofia di gruppo non settaria.
Del resto, la parola "condizione" ricorre in titoli finalmente femminili, aperti alla vita reale: La condizione operaia (Simone Weil), La condizione umana (Hannah Arendt).
Margaret Fuller, trascendentalista, scrive su La donna nel XIX secolo.
Simone Weil studia "la fondamentale contraddizione della condizione umana" tra forza e giustizia, Simone de Beauvoir riconsidera la condizione femminile, Hannah Arendt individua la condizione dell'uomo assoggettato all'antisemitismo, all'imperialismo o al totalitarismo, Jeanne Hersch chiarisce la condizione storica e corporea dell'uomo.
Una donna si dedica a una vita e si ricollega a una dottrina. Prende a cuore, e a mente, la realtà e vi ritorna.
Deriva meno verso le speculazioni pure, non si smarrisce a lungo negli artifici del linguaggio.
Quando Simone Weil rimprovera all'uomo di essersi sradicato, si rivolge all'uomo, al genere maschile.
Il filosofo donna ancora il proprio pensiero all'essere umano, non a valori disincarnati.
Forse Nietzsche intende dire la stessa cosa quando scrive che "le donne sono tanto più personali che oggettive".



Fonte: I filosofi: vita intima di P.R.

Più contatto (parte 1)

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Non è che gli uomini siano astratti e le donne concrete. No, tutti i filosofi, uomini o donne, sono astratti. ma i filosofi donna, a quanto pare, ci tengono a trovare, all'estremità della loro lente di ingrandimento, una situazione umana, un comportamento effettivo, una vera e propria impresa, non un ideale o un tipo o un quadro o una dottrina. Simone de Beauvoir e Sartre lavorano nella stessa epoca, su uno stesso tema, con uno stesso strumentario intellettuale.
Sartre, a proposito di Baudelaire e di Flaubert, approda a concetti come "metodo regressivo-progressivo", "mimologismo". Frattanto Simone de Beauvoir, a proposito del Marchese de Sade o di André Breton, approda al modo in cui i privilegiati pensano la propria situazione, alla condizione femminile, con parole semplici e idee altrattanto vigorose.
Altro esempio: Hannah Arendt si interessa quanto Jaspers delle situazioni e della teoria politica, ma a proposito del totalitarismo insiste sul suo carattere specifico, sul fatto che è specifico del XX secolo, distinto dalle tirannie e dalle dittature precedenti, mette il dito sulle ripercussioni: campi di concentramento, riduzione allo stato di individuo generico, di semplice esemplare della propria specie. Nemmeno Simone Weil fa della filosofia disincarnata.






Aderisce ad azioni sindacaliste e antimilitariste; lavora in fabbrica come operaia, alla Alsthom, al forno per bobine di rame, poi alla Renault; durante la guerra di Spagna si arruola nelle brigate internazionali; fa la vendemmiatrice nell'azienda agricola del filosofo Gustave Thibon; durante la Seconda guerra mondiale lavora come redattrice negli uffici della Francia libera, a Londra. Negli stessi anni, sotto l'occupazione tedesca, Sartre vive tranquillo e chiede gentilmente alla Gestapo il permesso di mettere in scena Le mosche.
Ora si può rispondere meglio alla domanda iniziale. Come viene la voglia filosofica alle donne? Accade quando vogliono comprendere e cambiare una condizione umana. Jean-Paul Sartre fa dell'esistenzialismo, Simone de Beauvoir fa del femminismo. Dottrina da un lato, azione dall'altro.
Karl Jaspers propone una filosofia dell'esistenza, Jeanne Hersch una filosofia dell'esistere. Teoria del vissuto per l'uomo, vissuto teorizzato per la donna.






Alain si interessa del "giudizio", Simone Weil della sventura, anche se entrambi parlano di salvezza.
Per dirlo in modo semplicistico, il filosofo maschio ha l'ambizione di cambiare la concezione del mondo, il filosofo femmina ha l'ambizione di cambiare una condizione umana.
Un maschio si occuperà del concetto di tolleranza, del sistema idealistico, di un codice di leggi; una donna si occuperà delle donne che subiscono l'escissione, delle leggi applicate. 
Già nell'Antichità, già con Teano, la donna filosofo vuole migliorare la condizione della moglie, della madre, della donna, la vita familiare; a partire dalla metà del XIX secolo riflette sulla condizione dell'operaio, dell'ebreo, del bambino, dello scolaro, dello straniero, del dissidente, sulla vita in collettività; oggi lancia l'allarme sulla condizione dell'animale.



Fonte: Filosofi: vita intima di P.R.

Un handicap: essere donna (parte 6)

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Anne Souriau fa dell'estetica come suo padre. Si potrebbero benissimo immaginare un marito conservatore e una moglie rivoluzionaria, un padre metafisico e una figlia epistemologa. Ma no, non è così. Siamo nel caso dell'erede. Tra gli uomini non si riscontra una simile ripetizione. Per esempio, John Stuart Mill, figlio del filosofo James Mill, è discepolo sia di Bentham sia di suo padre, ma ben presto modifica l'utilitarismo del padre (che è quello di Bentham), aggiunge al principio della quantità della felicità quello della qualità, dell'interiorità, del senso di fraternità. William James, figlio di un filosofo swedenborghiano, è invece un pragmatista. Non si è mai visto che Simone de Beauvoir contestasse Sartre, che Teano creasse un'eresia rispetto a suo marito Pitagora.






A un primo approccio, come viene la voglia filosofica alle donne?


La risposta più frequente rimane: grazie alla famiglia, a una famiglia filosofica ! Quelle donne hanno fatto opera filosofica, ma indirettamente, sussidiariamente, come controfigure. Non bisogna generalizzare troppo. I filosofi, maschi o femmine, sono avviati alla filosofia da qualcuno che è vicino a loro, e che è un eminente filosofo. Ma c'è una differenza.
I filosofi maschi sono spinti da un maestro (Platone da Socrate, Aristotele da Platone, Tommaso d'Aquino da Alberto Magno, Hegel da Schelling, Husserl da Brentano, Heidegger da Husserl, Wittgenstein da Russell).
I filosofi femmine da un parente, da un maschio della famiglia: Teano dal marito, Ipparchia dal fratello, Ipazia dal padre, Simone de Beauvoir dal compagno, Suzanne Bachelard dal padre. Hanno bisogno di un mediatore familiare.
Università per gli uomini, famiglia per le donne; spesso, non sempre. Non è il caso di farne una legge; giusto una tendenza.
Ma la risposta non è completa.







Ci sono le eccezioni. Hannah Arendt è stata allieva di Husserl, poi di Heidegger, poi di Bultmann, infine di Jaspers, ma si è fatta da sé. Analogamente, Simone Weil è rimasta colpita da Le Senne, da Alain, eppure ha seguito il proprio orientamento.
Che cosa fa sì che una filosofa rimanga donna? Bisogna paragonare opere della stessa epoca e dedicate a uno stesso argomento. Per esempio, perché non paragonare due storie della filosofia, quella di una donna (Jeanne Hersch, Storia della filosofia come stupore, 1981) e quella di un uomo, che fu suo professore (Karl Jaspers, I grandi filosofi, 1957-1981)?
La donna va direttamente al fatto, non vuole atteggiarsi a specialista o campionessa usando termini tecnici. In confronto Jaspers, che pure è il più accessibile degli storici, sembra pretenzioso, manipolatorio.


Fonte: Filosofi: vita intima di P.R.

Un handicap: essere donna (parte 5)

mercoledì 11 maggio 2011

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Bilancio: non esiste praticamente nessuna filosofa, nessun filosofo donna. Ma tutto sta in quel "praticamente". Ognuna è quasi una filosofa, non del tutto; e comunque ne rimane qualcuna, forse Simone Weil, o Hannah Arendt.
Dico "filosofi donne" piuttosto che donne filosofo.
"Filosofi donne" vuol dire che ci sono dei filosofi, e che per caso alcuni sono donne, come alcuni sono ispanofoni, o musulmani, o neri, o americani. Parlare di "donne filosofe" presupporrebbe una quota predeterminata, l'obbligo di citare una donna, come in quelle antologie il cui autore si sente in dovere di citare tutte le epoche, tutti i grandi sistemi, tutte le discipline.
La questione della filosofia al femminile si precisa.
Questa apparente inabilità è naturale (dunque universale, definitiva) o sociale (provvisoria, forse)?







Tesi 1: le donne filosofe sono definitivamente incapaci di filosofia perché, biologicamente, non hanno le attitudini necessarie per la filosofia (astrazione, ecc...) oppure perché, sociologicamente, le condizioni della filosofia sono state definite da uomini per uomini (atteggiamento dominatore ecc..).
Secondo questa tesi la Donna e la Filosofia vengono definite una volta per tutte, e la loro incompatibilità sembra patente. Come nel rugby.
Tesi 2: le donne sono capaci di filosofia, ma le si tiene lontane perché la definizione della filosofia è maschilista, fatta dagli uomini per gli uomini oppure perché finora le condizioni sociali non sono state favorevoli alle donne. Secondo questa tesi la situazione non è irrimediabile. Basta modificare l'istruzione delle donne o la definizione della filosofia, come avvenne nel Medioevo per includervi dei teologi, o in epoca ellenistica per includervi come filosofi personaggi che oggi consideriamo maghi, profeti.







Ammettiamolo: la maggior parte delle donne catalogate come filosofi sono filosofi per partecipazione più che per azione. Più che fare filosofia, hanno filosofia. Contribuiscono, questo è tutto. E perché? Perché hanno soltanto un ruolo secondario rispetto a un uomo che invece ha il ruolo principale e esercita un'autorità su di loro come padre, coniuge, fratello.  Teano è moglie di Pitagora, Ipazia è figlia di Teone di Alessandria, Porzia è figlia di Catone Uticense e moglie di Bruto, Suzanne Bachelard è figlia di Gaston Bachelard, Simone de Beauvoir è la compagna di Jean -Paul Sartre.
La miglior prova che queste donne sono filosofi sosia è che sposano la filosofia del coniuge, si affiliano alla filosofia del padre, fraternizzano con la filosofia del fratello.
La cinica Ipparchia è cinica come suo fratello, il cinico Metrocle di Maronea, e come il suo compagno, il cinico Cratete di Tebe.
Simone de Beauvoir professa l'esistenzialismo di Sartre, lo stesso esistenzialismo, ateo militante.




Fonte: Filosofi: vita intima di P.R.

Un handicap: essere donna (parte 4)

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Simone de Beauvoir resterebbe, come personaggio di secondo piano nella storia dell'esistenzialismo, anche se ha un ruolo da protagonista nella storia dell'esistenzialismo, anche se ha un ruolo da protagonista nella storia del .... femminismo. Lei si autoesclude, non ritenendosi originale.
"Certo, in filosofia (Sartre) era creativo e io no (...). Per quanto riguarda la filosofia ero infatti discepola di Sartre, poiché ho aderito all'esistenzialismo". Anche Hannah Arendt si svaluta. Non si ritiene un filosofo: "Non ho la pretesa né l'ambizione di essere un "filosofo"; di venir annoverata tra coloro che Kant, non senza ironia, chiamava Denker von Gewerbe ( i pensatori di professione).
Nei secoli precedenti i nomi sono ancora più rari. Il catalogo dei pitagorici comprende 16 donne su 118 nomi. Ma ci rimangono solo frammenti di dubbia attribuzione, e poi sono delle pitagoriche, non di Pitagora, non dei Filolao.
Proviamo con un'altra scuola. Il catalogo dei platonici cita due platoniche, Assiotea di Fliunte, Lastenia di Mantinea, discepole di Platone.
Non se ne sa altro. Anzi si, un particolare merita attenzione.
Assiotea si sarebbe a lungo travestita da uomo per poter assistere alle lezioni di Platone.







Viene in mente l'archeologa Jeanne Dieulafoy che portava abiti maschili. Tra gli epicurei la storia cita Temista, moglie di Leone di Lampsaco, Leonzio, che è un'etera e concubina di Epicuro. Avrebbe scritto un trattato per confutare Teofrasto. Alla fine, per quanto riguarda il passato, conosco solo la pitagorica Teano, la cinica Ipparchia, la stoica Porzia, le neopitagoriche Giulia Domna e Ipazia, la rivoluzionaria Olympe de Gouges, la matematica Sophie Germanin. Prudenza!
A guardar meglio, nessuna candidatura al titolo di Filosofo resiste all'esame. Nessun testo che valga come prova, nessuna idea innovativa. Certo, Olympe de Gouges inventa i "diritti della donna e della cittadina", Sophie Germain tratta delle leggi del pensiero umano. Il che rappresenta un'idea, non una filosofia. Resta questa magnifica frase di Olympe de Gouges: "Le donne salgono al patibolo, devono avere il diritto di salire alla tribuna".
La rivoluzione francese la ghigliottina nel 1793. Decisamente, una testa di donna che pensa sembra troppo elevata.


Fonte: I filosofi: vita intima di P.R.

Un handicap: essere donna (parte 3)

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Se c'è Lucrezio, che tutti considerano un poeta e un semplice discepolo di Epicuro, ed Epicuro è già citato, perché non Simone de Beauvoir, anche se Sartre è compreso nella lista?
Due pesi, due misure. Bisogna arrivare al 2003 perché il ministero inviti una donna alla tavola degli eletti, allargata a 50! Chi?
Hannah Arendt. Il femminismo istituzionale a favore delle grandi filosofe balza dallo 0% al 2%. Di questo passo si raggiungerà la parità nel giro di sessantacinquemila anni oppure ci vorrà una lista di 2500 filosofi. Fortunatamente, non sembra che il progresso abbia un andamento lineare.
In un'enciclopedia tascabile tedesca, il cui titolo suona come Atlante di filosofia, riscontro 305 nomi di filosofi, da Abelardo a Zhuang Zi. Nomi di donne: uno, soltanto uno, Susan Stebbing, sperduta in un inventario di fautori della filosofia analitica che avrebbero rinnegato il positivismo: "Susan Stebbing, Peter Strawson, John Langshow Austin". Una su 305!
Lo 0,3 % di promosse allo statuto di filosofo. Si può immaginare una partita persa 1 a 305? Disastro quantitativo. E anche qualitativo, poiché, dopotutto, quella donna in mezzo a 305 uomini potrebbe essere unica come Jahwesh è l'unico dio in mezzo a mille teologi. Ma non è così. Susan Stebbing è soltanto un'attrice di secondo piano. L'accento si sposta.







A colpire non è tanto l'assenza di filosofi donne; qualcuna la si trova sempre.
No, a colpire è l'assenza di pertinenza, di importanza filosofica nella produzione delle donne. Non esistono quasi donne filosofo, e per di più questo "quasi" ha prodotto soltanto inezie.
Le donne non hanno (praticamente) detto nulla di (davvero) filosofico dal 600 a.C. al 2000 d.C. In duemilaseicento anni quasi nessuna donna avrebbe filosofato degnamente.
Eppure, dalla metà del XIX secolo, alcuni nomi di filosofi di sesso femminile brillano nella notte: Margarer Fuller, Rosa Luxemburg, Edith Stein, Maria Zambrano, Ayn Rand, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Simone Weil, Jeanne Hersch, Jeanne Delhomme, Ruth Barcan Marcus... Tutte, eccetto la logica Barcan Marcus, praticano la filosofia politica, il che spazza già via un pregiudizio, quello della donna poco dotata per la sfera pubblica, e ancor meno per il pensiero politico.
Rimane l'interrogativo. Il loro nome verrebbe ricordato se non fossero donne?



Fonte: I filosofi: vita intima di P.R

Un handicap: essere donna (parte 2)

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Nel Rinascimento un filosofo donna, Luisa Sabuco, conquista la fama appunto come filosofo. Ha appena pubblicato in un sol colpo tre libri, due in spagnolo, uno in latino. L'evento si verifica a Madrid nel 1587. Nel 1903, scavando in un archivio, José Marco Hidalgo scopre una frode. Il padre, Miguel Sabuco, morto cinque anni dopo la pubblicazione, aveva lasciato un atto notorio in cui rivelava il fattaccio. L'autore era lui, Miguel; non lei, Luisa.
Trecentosedici anni di mistificazione, e la seguente conclusione: decisamente, un filosofo donna non esiste.
Altro aneddoto assai rivelatore. In Francia si associa filosofo donna a Simone Weil.






Ma Simone Weil è stata allevata come un ragazzo, e lei stessa come vuole fare filosofia? La parola che le viene è:"virilmente"! Le capita di firmare certe lettere ai genitori:"il tuo devoto figlio". Imbarazzante.
Imbarazzante quanto quella frase di Sartre sull'altra Simone: "La cosa straordinaria, in Simone de Beauvoir, è che ha l'intelligenza di un uomo". E aggiunge: "E la sensibilità di una donna". Ancora peggio. E Simone diceva:"Lungi dal soffrire della mia femminilità, ho piuttosto cumulato, dai vent'anni in poi, i vantaggi di entrambi i sessi".
Morale: Fino a oggi una donna diventa filosofo solo a condizione di mascolinizzarsi.
Ci sono filosofe femmine, si, e persino filosofe femministe; ma filosofe femminili no, non ancora.






Rimane da definire "femminile" e dare alla parola "femmina" una connotazione nobile quanto quella di "maschio", come in inglese, o come per i botanici, che parlano con la stessa emozione di "palma femmina" o di "palma maschio".
A proposito, esistono filosofi di sesso femminile? Nessuna nelle liste ufficiali in Francia. Non una donna nella lista dei diciassette autori selezionati dal Consiglio universitario francese nel 1809! E nessuna nella lista ufficiale dei 34 "autori", dodici dei quali particolarmente consigliati, stilata nel 1983 dall'Ispettorato generale per l'esame di maturità! Gli eletti fra gli eletti sono dodici, come gli apostoli, e di sesso maschile, come gli apostoli. Il che rivela chiaramente la forma mentis dei notabili della filosofia e condiziona la mentalità dei liceali, maschi e femmine, così come gli insegnanti di base.
Lo stesso ministero francese dell'Istruzione, che accetta le donne come professori di filosofia (per concorso), rifiuta (per cooptazione) le donne come maestri di filosofia.
Ufficialmente una donna può essere un filosofo minore, non un filosofo importante. Ma se fra i 34 c'è Merleau-Ponty, perché non Simone de Beauvoir?



Fonte: I filosofi: vita intima di P.R

Un handicap: essere donna (parte 1)

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Eva ha un'intima propensione alla filosofia? 
Argomento spinoso! Le donne sono incompetenti in filosofia?
Sono incapaci di metafisica come sono inabili al rugby; come gli uomini, i maschi, sono poco portati per il ricamo e naturalmente inabili a partorire?
Questo genere di discussioni suscita facilmente animosità.
Si può essere filosofo e donna al tempo stesso?
Le barriere sono naturali o culturali?



In generale, per un filosofo l'idea di una filosofa è un puro scherzo. Talete "diceva (...) che per tre motivi era riconoscente alla sorte: primo, per essere uomo e non bestia, secondo, uomo e non donna, terzo, greco e non barbaro". In altre parole, il sesso femminile è un ostacolo alla filosofia al pari dell'animalità e della bestia.
Quando Platone suppone che Socrate abbia avuto un professore donna, Aspasia di Mileto, scherza, si diverte.








Nel De generatione animalium Aristotele sostiene, con argomentazioni pseudofisiologiche, che "la donna è un maschio abortito". I filosofi hanno quasi sempre un'idea così insultante della donna da non riuscire nemmeno a immaginare una filosofa. Niente papa donna, niente filosofo donna. Più tardi i filosofi maschi, più furbi degli altri maschi, e a contatto con studentesse sveglie o badesse sagaci, devono ammettere che le donne pensano. Allora vietano loro la filosofia. La donna ha la possibilità, ma non ottiene l'autorizzazione. Il filosofo maschio è disposto ad ammettere che la donna pensi, ma rifiuta che filosofi. Le riconosce la capacità senza concedergliene l'uso.
Si può immaginare un pasticcio peggiore, per una questione di privilegio metafisico?

Nel XIV secolo il domenicano Taulero impone alle sue religiose: "Dovete limitarvi a parlare di Dio e della vita virtuosa, e non disputare della divinità".
Alle donne i discorsi moralistici, agli uomini le sublimità teologiche.
Taine:"Dare a una donna ragionamento, idee, intelletto significa mettere un coltello in mano a un bambino".
Solo Vives e H.C Agrippa di Nettesheim ammirano le donne erudite, e comunque con qualche restrizione: Vives sconsiglia loro le scienze e la matematica.


Fonte: Filosofi: vita intima di P.R

Le donne filosofe

sabato 19 febbraio 2011

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In tutte le epoche sono esistite donne filosofe, eppure il loro pensiero è passato sotto silenzio o è stato trasmesso solo in maniera frammentaria.

Gli stessi filosofi uomini, da Platone a Rousseau, da Aristotele a Schopenhauer (ma la lista sarebbe lunghissima) non hanno mancato di manifestare apertamente le loro attitudini misogine, finendo per fomentare l’idea della donna come essere umano poco incline all’attività razionale e all’attività filosofica e perennemente incline e sopraffatto dalla sensibilità e dall’emotività. Come rappresentazione non fa una piega: riesce a spiegare bene perchè, nel corso della storia, alle donne è stata tolta la parola, perchè è stato negato loro l’accesso all’istruzione e alla cultura, perchè è stato negato loro diritto alla proprietà, diritto al voto etc…

Chiaramente, c’è qualcosa che non va in questa rappresentazione. Non si tratta solo d’ingiustizia, si tratta di superficialità. E’ una rappresentazione a senso unico. E’ come un monologo tra stesse voci. E le altre voci dove sono? Le donne hanno sempre filosofato, hanno sempre esercitato attività razionale e, se hanno avuto la fortunata possibilità di studiare, hanno studiato con dedizione tutte le scienze pure e applicate. Le filosofe sono sempre esistite ma la loro voce nella storia della filosofia è molto flebile per non dire inesistente.



LE DONNE FILOSOFE NELL'ANTICHITA'




Secondo quanto ci viene tramandato, è nell'ambito della scuola pitagorica (VI sec. A.C.) che le donne fecero la loro prima apparizione come seguaci e praticanti di filosofia. Giamblico (251-325 d.C.), nella sua Vita pitagorica, parla di ben 17 discepole di Pitagora!   
Aspasia
Intorno al 440 a.C., si distinse Aspasia di Mileto, che fu l'amante di Pericle e la sua casa fu il centro della vita letteraria e filosofica
 dell'Atene del V secolo.
  La tradizione antica, proveniente per lo più dalla commedia attica, ha visto in lei un’etera e un’ammaestratrice di ragazze da avviare alla stessa professione; ma altre fonti ci parlano di lei come riconosciuta maestra di retorica e intellettuale. 

Secondo una recente ipotesi di Peter J. Bicknell, Aspasia sarebbe giunta in Atene al seguito di Alcibiade il vecchio come sorella nubile della moglie del nobile ateniese; Pericle, anch’egli appartenente alla famiglia degli Alcmeonidi: 

l’avrebbe allora incontrata semplicemente frequentando il proprio clan familiare, senza dover pensare a un adescamento in ambienti di malaffare. 

Plutarco nella Vita di Pericle ci trasmette la testimonianza antica più consistente su Aspasia; riporta la cattiva fama proveniente dai comici,ma affianca anche la testimonianza delle fonti del circolo socratico, Eschine di Sfetto, Antistene e lo stessoSocrate, secondo cui Aspasia insegnò la retorica a Pericle e a molti ateniesi di spicco e fu unita a lui da un legame forse anticonformista ma sicuramente solido e mal conciliabile con l’ipotesi dell’eterismo; Plutarco riporta anche la tradizione di un processo per empietà che coinvolse Aspasia, della cui storicità è lecito dubitare poiché non ha lasciato traccia nelle fonti storiche che trattano il periodo. 
Nell’opera di Senofonte Aspasia è citata da Socrate che la ricorda come sua maestra nei Memorabili, e come la donna più adatta per la formazione delle future spose nell’Economico; il fatto che
  Socrate in questi brani usi una terminologia che ricorda quella del grande sofista Gorgia fa pensare che Aspasia sia stata allieva del grande maestro siciliano, da cui avrebbe mutuato l’amore per la parola, la consapevolezza del suo enorme potere di persuasione, sia nei rapporti privati che nella sfera politica. Eschine di Sfetto le dedicò un dialogo che portava il suo nome; qui Socrate consiglia un ricco ateniese, Callia, di mandare suo figlio a scuola da lei; di fronte allo scetticismo del padre di avere una donna come insegnante per il figlio, Socrate citava esempi di virtù dimostrata da donne famose nell’antichità. 
Un frammento dell’Aspasia di Eschine, giunto a noi tramite Cicerone e Quintiliano, che lo consideravano un modello classico del procedimento argomentativi dell’induzione, Aspasia interroga successivamente la moglie di Senofonte e Senofonte stesso; il tema è se preferire cose più belle appartenenti ad altri rispetto a quelle che si hanno; arrivando al dubbio se è lecito preferire anche i partners degli altri, Aspasia conclude che tutti ricercano per sé il partner migliore in assoluto, ma che la ricerca è vana se non è accompagnata anche da un perfezionamento individuale, poichè la ricerca del partner migliore è reciproca negli amanti. Antistene invece probabilmente avversava il sapere e il modo di vivere di Aspasia; nei frammenti rimasti della sua Aspasia attacca violentemente i due figli di Pericle e della prima moglie, Santippo e Paralo, che conducevano vita dissoluta, e lo stesso Pericle; egli infatti aveva in spregio l’amore e il piacere.Platone nel Menesseno fa recitare a Socrate un discorso retorico che egli dice fosse composto da Aspasia; l’intenzione è di parodiare un genere, l’orazione pubblica, che Platone aborre per la sua mancanza di riferimento al vero e vuoto esercizio di parole; ma proprio attaccando Aspasia e il suo genere di retorica egli ci consente di evidenziare, se si confronta questo discorso con altri dello stesso genere pervenuti di Lisia, Demostene, Iperide, Isocrate, la fiducia di Aspasia nel potere della parola, la sua capacità di creare un grande affresco mitico sullo sviluppo della potenza ateniese, il legame che essa dichiara con gli antichi poeti encomiastici (Pindaro su tutti), in una prospettiva per cui l’antico legame della parola con la divinità serve ormai a guidare uno stato e ad esercitare non più un potere sacrale ma pubblico e civico. Sinesio di Cirene nelDione ci testimonia una fondamentale intuizione di Aspasia: che l’esercizio del’arte della parola e della filosofia non sono tra loro incompatibili; egli dice che lo stesso Socrate, attendendo la morte in carcere, iniziò a poetare, testimoniando che il Vero e il Bello non sono categorie inconciliabili, come vorrà tutta la tradizione filosofica posteriore, ma due aspetti di una stessa elevazione dell’anima il cui nesso è ancora l’eros, tema su cui Aspasia è ancora una volta maestra (erotodidaskalos). 





Tra le donne che fecero professione di filosofia incontriamo Diotima, sacerdotessa di Mantinea. E' famosa perché viene soprattutto ricordata in un dialogo platonico, il Simposio (201 d - 212 c), in cui Socrate dice di aver appreso da lei la teoria dell'amore.








Diogene Laerzio ci parla di Ipparchia, che aderì alle teorie dei Cinici. Di lei viene esaltata la grande cultura filosofica e l'eleganza del ragionamento, paragonandola addirittura a Platone.
Piuttosto discussa è la figura di Leonzia (Leonzio o Leontina), forse cortigiana di Epicuro, si dice abbia scritto un'invettiva contro un altro celebre filosofo, Teofrasto.


Ipazia
Comunque, la più rilevante figura di filosofa che viene tramandata dall'antichità greca è quella di Ipazia, di tendenze neoplatoniche, morta verso il 415 d.C. Fu figlia del matematico e astronomo Teone di Alessandria e si interessò lei stessa di scienze. Si recò ad Atene ed ebbe una notevole influenza negli ambienti filosofici unificando il pensiero matematico col neoplatonismo. Di religione pagana, ma fautrice della distinzione e autonomia fra filosofia e religione, acquistò prestigio anche negli ambienti politici, frequentando il prefetto romano Oreste. Ciò le attirò il rancore degli ambienti cristiani e un giorno Ipazia fu aggredita per strada e uccisa da un gruppo di fanatici. L'episodio della drammatica morte della donna ha colpito scrittori di diverse epoche: il più recente è stato Charles Péguy (1873-1814),che l'ha immortalata come l'ultima e pura erede del pensiero greco. 

Plotina
Nel mondo romano vi fu ad esempio Plotina, consorte dell'imperatore Traiano (53-117 d.C.), che fu seguace della scuola epicurea e ne favorì il rilancio a Roma.







L'EPOCA MODERNA


Dopo il Medioevo, in cui ci furono alcune figure notevolissime che però sarebbe il caso di considerare tra le donne scienziate (per adesso le citerò soltanto: Trotula de Ruggiero, Ildegarda di Bingen, Rebecca Guarna), arriviamo al Cinquecento e al Seicento con  Cristina di Lorena (1565-1636) e Elisabetta di Boemia (1618-1680).


Cristina di Lorena

Elisabetta di Boemia


La prima fu famosa, tra l'altro, per essere stata la destinataria delle lettere di Galilei, denominate in seguito Lettere copernicane: in esse Galilei voleva mostrare a Cristina come le sue idee non fossero in contrasto con la Bibbia. 

Molto più rilevante, dal punto di vista filosofico, fu lo scambio epistolare fra la bellissima principessa del Palatinato, Elisabetta, e il filosofo francese Cartesio. I due si scrissero dal 1643 al 1649: il carteggio a noi pervenuto comprende 26 lettere della principessa e 33 del filosofo. In genere il contenuto degli scritti di Elisabetta viene sottostimato, a vantaggio delle idee del filosofo, mentre in realtà Elisabetta pone delle questioni che mettono in difficoltà il celebre pensatore. Elisabetta era ad esempio poco persuasa della soluzione data da Cartesio al rapporto fra l'anima e il corpo: 

"Io confesso che mi sarebbe molto più facile concedere all'anima la materia e l'estensione, piuttosto che dare a un essere immateriale la capacità di muovere un corpo o di esserne mosso."

In un'altra lettera, Elisabetta pone acutamente in dubbio la possibilità che l'anima , in quanto separata dal corpo, possa con l'esercizio della sola volontà raggiungere la "beatitudine". Insomma, nel complesso delle lettere della principessa emerge un vigile ed acuto senso critico che non si lasciava facilmente convincere dalle opinioni di un filosofo celebre e rispettato da tutti. 

Lucrezia Marinelli

Di grande rilievo è l'opera filosofica e letteraria di Lucrezia Marinelli (1571-16 ), figlia di un medico e filosofo di orientamento aristotelico. Compose diverse opere letterarie ed un poema epico-cavalleresco, ma lo scritto principale che a noi interessa particolarmente è La nobiltà e l'eccellenza delle donne co' difetti et mancamenti degli uomini (1601).

In essa l'autrice parte da una analisi approfondita dei testi antichi (Platone, Aristotele, Plutarco ecc.) e conclude per la sostanziale eguaglianza fisica e metafisica fra uomo e donna postulata dai grandi filosofi. Si sofferma anche sul mito delle Amazzoni porta ulteriori elementi a sostegno della tesi della parità uomo-donna. La parte più suggestiva del testo è quella relativa alle donne protagoniste della storia della letteratura e del pensiero. Il fine del discorso non è mai moraleggiante bensì è quello di argomentare rigorosamente la tesi della parità e dell'eccellenza delle donne anche in campo intellettuale. 


Solo un cenno a due altre figure interessantissime: Suor Juana Inés de la Cruz (1648-1695) e Margaret Cavendish, Duchessa di Newcastle (1624-1674). La prima fu, nel Messico del Seicento, una figura eccezionale di poetessa, filosofa, letterata di spicco, che si fece religiosa solo per seguire la sua autentica vocazione, quella della scrittura e dello studio.
La seconda fu, nel suo tempo, un genio incompreso: scrisse versi, pensieri, commedie, orazioni ecc. Amava scrivere sugli argomenti più disparati : si interrogava sul perché i cani felici agitino la coda, sulla storia dei monasteri inglesi, sulle virtù delle fate, e si chiedeva se i pesci sanno che il mare è salato. 
Cristina Trivulzio di Belgioioso




Arriviamo infine all'Ottocento e alla figura eccezionale di una italiana, Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871). La sua vita ha attraversato la storia italiana dall'età della Restaurazione fino all'unificazione. Ella fu una storica e una filosofa di ottimo livello. Nel 1843 pubblicò in 4 volumi il Saggio sulla formazione del dogma cattolico, nel 1844 scrisse l'Essai sur Vico e tradusse in francese la Scienza Nuova. Fondò inoltre diverse riviste culturali, pubblicò saggi storici e partecipò attivamente alla vita politica risorgimentale. Nella sua opera del 1843 fornisce una interpretazione liberale del cristianesimo in quanto dottrina della progressiva redenzione umana attraverso la storia: si dichiara quindi contraria ad ogni tesi di tipo agostiniano o giansenistico che postuli l'eternità del male e del peccato. 

Un discorso a parte merita il saggio Della condizione delle donne e del loro avvenire (1866): la donna italiana è sempre stata - secondo la Belgioioso - una donna attiva e generosa, nella vita domestica come, quando ha potuto farlo, in quella pubblica. Perché allora vige la massima della inferiorità femminile? La Belgioioso si contrappone alle femministe riformatrici in quanto vogliono destrutturare l'ordine sociale senza proporre, a suo avviso, alcuna alternativa. Nell'Italia che ha raggiunto a stento una ancora precaria unità nazionale, riforme troppo radicali sarebbero pericolose e premature. Bisogna piuttosto che le donne rimangano per lo più, nei loro ruoli tradizionali, svolgendoli al meglio e con quello spirito costruttivo che le ha sempre contraddistinte. Su questa base le donne del futuro potranno costruire, forse, una diversa e più piena forma di felicità.


Il XX secolo


EDITH STEIN (1891-1942).




Nata da una famiglia di commercianti ebrei, studiò filosofia a Gottinga con Husserl (il fondatore della corrente filosofica chiamata "fenomenologia", che anticiperà alcuni temi dell'esistenzialismo) e ne divenne assistente. Dopo aver letto la Vita di S.Teresa d'Avila, si convertì nel 1922 al cattolicesimo e nel 1934 si fece suora carmelitana. Nel 1942 fu deportata ad Auschwitz e qui morì poco dopo. E' stata proclamata "beata" nel 1987. L'originalità del pensiero filosofico di Edith Stein si nota già dalla sua tesi su Il problema dell'empatia(1917): per la Stein l'empatia è "l'esperienza di soggetti altri da noi e del loro vissuto". Essa va distinta sia dalla percezione che dal ricordo. Il cogliere l'esperienza altrui è un atto consustanziale, integrativo e correttivo della mia esperienza di me stesso e del mio mondo. L'esperienza della empatia non si attua solo al livello della coscienza ma anche a quello dello spirito, dove si è in grado di cogliere il mondo ideale ed i valori che sono alla base della vita spirituale di un altro. Nell'esperienza concreta l'empatia avviene mediante il "corpo vissuto" che funge da medium della percezione empatica, mentre nell'esperienza religiosa (e su questo la S. si astiene da ogni ulteriore osservazione), viene invece postulata la possibilità dell'esperienza di un Altro spirituale al di fuori della mediazione corporea. 


La Stein si è anche distinta per i suoi molti scritti che trattano il tema della femminilità. Ella ritiene che il movimento femminista tedesco, con la Costituzione di Weimar, abbia raggiunto appieno tutti i suoi obiettivi. Le donne sono state poste su un completo piano di parità con gli uomini. La nuova realtà sociale richiede la difesa dei risultati conseguiti e la trasmissione, alle nuove generazioni, della memoria storica delle lotte femministe, ma anche un rinnovamento che deve coinvolgere anzitutto le donne cristiane. La donna ha una "realtà ontologica" pari e distinta da quella maschile. Una realtà che la donna deve esplorare e conoscere da se stessa in quanto la donna vista dalla donna non è la stessa che la donna vista dall'uomo. In ultimo , nei suoi scritti più chiaramente mistici, la S. ritiene che l'amore sia la forza motrice dello stesso pensiero. L'ardore dell'amore spinge il pensiero ad una penetrazione sempre più profonda dello spirito fino a giungere alla chiarezza della conoscenza. La libertà della persona umana è il grande mistero davanti a cui Dio stesso si arresta: egli desidera che le sue creature gli rispondano sotto forma di un libero dono d'amore. 









SIMONE WEIL (1909-1943).




   





Nacque a Parigi da una famiglia ebrea non praticante. Studiò filosofia e per alcuni anni insegnò al liceo. Poi, spinta dalla sua passione per gli "altri", si dimise e lavorò come operaia. Allo scoppio della guerra civile spagnola (1936) si unì ai militanti anti-franchisti ma, per un incidente, fu costretta a rientrare in Francia. Nel 1938 avvenne la sua conversione religiosa anche se, fino all'ultimo, non volle mai accettare il Battesimo. Morì nel sanatorio di Ashford in Inghilterra. 



Nel saggio L'Iliade, poema della forza (1939), esalta il modo in cui l'uomo greco viveva la guerra e il suo terribile gioco senza infingimenti, accordando eguale rispetto al vinto e al vincitore, provando sgomento per la distruzione di una città. Quando gli uomini entravano nel gioco della guerra, diventavano pietre nelle mani degli dèi, ossia cose sotto il giogo della Forza. Alla fine vince solo la Guerra. La Guerra è una prova della miseria umana, dei limiti dell'essere umano, è l'emergere di una Forza che domina l'anima dell'uomo e la incatena al suo destino immodificabile. La visione greca dell'uomo si prolunga, per la Weil, fino al Vangelo. Ciò che unisce Omero agli Evangelisti è il senso del valore della miseria umana, una miseria vissuta dallo stesso Cristo sulla croce. Una miseria a cui i Greci opponevano la virtù e i Vangeli la Grazia. 


Nello studio su Dio in Platone (1940), Platone viene da lei considerato il padre della mistica occidentale. In Platone Alla virtù si affianca la possibilità della grazia, cioè della salvezza che viene da Dio. Dio è quindi attivo nei confronti dell'uomo, lo chiama, chiede di essere da lui riconosciuto. La Weil reinterpreta la disputa di Platone contro i Sofisti come anticipazione dei temi e concetti che verranno poi utilizzati dal Cristianesimo. L'Eros in Platone non è solo impulso dell'uomo verso il divino ma è prerogativa del Dio stesso. Sono anticipazioni del concetto di amore legato alla divinità che è tipico del Cristianesimo. Il 1942 fu l'anno della sua più intensa meditazione sul tema religioso. Eppure Weil precisò ulteriormente il suo proposito di voler restare al di fuori della Chiesa. Quella Chiesa che, secondo la Weil, si era fatta impero, inquisizione, persecuzione, interiorizzando la potenza e l'oppressione che sono anche tipici dei regimi totalitari del XX secolo. D'altra parte - diceva - "tante cose sono fuori dalla Chiesa, tante cose che io amo e non voglio abbandonare, tante cose che Dio ama", e qui enumerava: i secoli prima di Cristo e le loro civiltà, i paesi abitati da razze di colore, la vita profana dei paesi di razza bianca, i Manichei, gli Albigesi, tutto ciò che è nato col Rinascimento… evidentemente, la sua strada verso il divino non era quella della adesione ad una delle confessioni storiche. La sua via fu quella della "croce" e della "sofferenza": "Se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone". Come dire: la croce è intesa da Weil oltre la Chiesa, all'intersezione di più destini e di più culture. Nei pensieri raccolti sotto il titolo L'amore di Dio (scritti tra il 1940 e il 1942), Weil svela il suo misticismo: "non tocca all'uomo cercare Dio e credere in lui: egli deve semplicemente rifiutarsi di amare quelle cose che non sono Dio. Un tale rifiuto non presuppone alcuna fede. Si basa semplicemente sulla constatazione di un fatto evidente: che tutti i beni della terra … sono finiti e limitati, radicalmente incapaci di soddisfare quel desiderio di un bene infinito e perfetto che brucia perpetuamente in noi". "Perciò il problema della fede non si pone affatto. Finché un essere umano non è stato conquistato da Dio, non può avere fede, ma solo una semplice credenza; e che egli abbia o no una simile credenza, non ha nessuna importanza: infatti arriverà alla fede anche attraverso l'incredulità. La sola scelta che si pone all'uomo è quella di legare o meno il proprio amore alle cose di quaggiù". "Sono convinta che l'infelicità per un verso e la gioia per l'altro verso, la gioia come adesione totale e pura alla bellezza perfetta, implicano entrambe la perdita dell'esistenza personale e sono quindi le due sole chiavi con cui si possa entrare nel paese puro, nel paese respirabile, nel paese del reale" (trad. it. pp. 111,112,157).









HANNAH ARENDT (1906-1975).




Nata ad Hannover da una famiglia ebrea, studiò filosofia con i più importanti filosofi tedeschi del tempo (Husserl, Heidegger, Jaspers). A causa delle persecuzioni antisemitiche si trasferì in Francia e qui collaborò col Movimento Sionista. Nel 1940 fu arrestata ma riuscì a fuggire e emigrò negli Stati Uniti, dove rimase per tutto il resto della vita. 



L'analisi del fenomeno del totalitarismo in tutte le sue forme è alla base del lavoro intellettuale della Arendt. Ne Le origini del totalitarismo (1951) la Arendt vide nel totalitarismo di questo secolo un fenomeno nuovo, che rompe con qualsiasi altra tradizione precedente. Nei regimi totalitari gli individui sono come i granelli di sabbia indistinguibili gli uni dagli altri. Ognuno sta nel proprio isolamento. In tali regimi la violenza è gratuita: è il terrore per il terrore. A questo proposito la Arendt introduce l'idea del "male radicale", cioè del male fine a se stesso, che non serve a nulla e non segue nessuna logica. Il libro venne molto discusso proprio perché sosteneva una trasformazione nella natura umana. Qualcosa che prima non s'era mai visto. L'uomo che si era così perfettamente inserito negli ingranaggi della macchina nazista dello sterminio era l'uomo massa, un uomo senza qualità né coscienza morale che era adattabile ad ogni evenienza, capace di uccidere come di portare a spasso il cane. Per questo il nazismo ha rappresentato l'apparizione del male assoluto nella storia: ci ha dimostrato che in certe circostanze l'uomo è un nulla, un agente passivo, è in grado di compiere qualsiasi atto in quanto nessun valore o principio aprioristico è in grado di indirizzare il suo comportamento. 



Anni dopo, in un'altra opera intitolata Eichmann a Gerusalemme.La banalità del male (1963), la Arendt modifica la sua opinione dicendo che il male che ha fatto per esempio l'aguzzino Eichmann è spiegabile nel modo seguente: il male non è più qualcosa di eccezionale ma fa parte di noi e delle persone che ci sono vicine. Di fronte al giudice che lo accusava dello sterminio degli ebrei, Eichmann sostenne che non aveva fatto altro che obbedire agli ordini. Ad Eichmann mancò quello che lei chiama "lo spazio pubblico", cioè lo spazio per giudicare quello che avviene. Lo spazio pubblico non è un bene garantito per sempre. Non è un bene stabile e acquisito. Mancando di questo, tutta la vita di Eichmann è un esempio di impossibilità di esprimere un giudizio. E' la singolarità, che si mostra come tale, che permette che vi sia uno spazio pubblico. Ora Eichmann è esattamente l'esempio di una vita che non ha mai raggiunto la singolarità. Ed infatti la sua è una esistenza impostata nell'obbedienza agli ingranaggi burocratici di potere, qualsiasi essi siano. Dunque il suo non è un vero agire, ma una ripetizione degli ordini ricevuti. La sua incapacità di arrivare ad una sua singolarità si manifesta anche nel linguaggio adoperato. E' un linguaggio "burocratico", intessuto di luoghi comuni, con frasi fatte. Sono queste le radici del male. Si tratta di un male molto quotidiano. Abituale quanto i nostri luoghi comuni. Le frasi fatte sono infatti modi di sottrarsi alla realtà. Cioè al dire no agli avvenimenti. Il male è l'assenza, il rifiuto del pensiero. Pensare è infatti dialogare con se stessi, cioè porsi di fronte alla scelta fra il giusto e l'ingiusto, il bello e il brutto. Chi pensa, si dissocia, si allontana: anche senza far nulla, dissente e apre lo spazio al giudizio. Il pensiero è l'unico antidoto contro la massificazione e il conformismo che sono le forme moderne della barbarie. 



Nel 1958 apparve La condizione umana (Vita activa in italiano), sintesi più filosofica del suo pensiero. Il mondo d'oggi è il mondo della tecnica. Tale situazione non è altro che il compimento di un processo intrapreso dall'uomo occidentale dal XVI secolo. I Greci distinguevano la vita attiva fatta di lavoro, creazione artistica e azione politica, dalla vita contemplativa. Nella prima l'uomo plasmava le cose al fine di renderle utili, durevoli, di conquistarsi quella immortalità dell'operare che poteva renderlo presente ai mortali anche dopo la morte. Nella vita contemplativa l'uomo era messo di fronte all'eternità del divino, che lo portava all'ascesi e al misticismo. Con l'età moderna, la vita attiva e quella contemplativa perdevano la loro ragion d'essere. Il theoréinpassava dal filosofo allo scienziato o meglio ai suoi strumenti, diventando così la più astratta delle attività pratiche. Il fare diventava un complemento della tecnica e il pensare si trovava ad avere, come suo unico oggetto, il mondo interiore per il tramite dell'introspezione. Una tale trasformazione influì anche sulla sfera sociale: la sfera dell'agire fu sottomessa a quella del fare e della utilità. Il risultato fu la "spoliticizzazione" del fare e il trasferimento del "gioco politico" nelle mani di pochi. La Arendt critica la società moderna perché ha privilegiato l'economico ed ha dimenticato il vero significato dell'agire. Ogni azione è un inizio. Quando un essere umano nasce è una singolarità assoluta, che apre un imprevisto nel mondo. E' agendo che noi ci mostriamo. Nell'azione c'è anche rischio perché le conseguenze di ogni azione sono senza limiti e non dipendono da noi. Iniziare qualcosa è politico, perché è visto e rilanciato dagli altri. Presuppone dunque una pluralità di esseri umani in rapporto tra loro. Però non è sufficiente agire perché ci sia una vera e propria azione significativa. Occorre che quella azione venga raccontata. Bisogna che ci sia qualcuno che faccia conoscere quella azione a chi non era presente e la tramandi alle generazioni future. E solo così il tempo che viviamo non è semplicemente quello biologico della vita e della morte, ma ha un passato e un futuro significativi. 



Hannah Arendt



  SIMONE DE BEAUVOIR (1908-1986). 

Nata a Parigi da una giovane e agiata coppia borghese, Simone visse una fanciullezza serena. Si iscrisse alla Sorbona per studiare filosofia e qui nel 1929 conobbe Sartre, con cui condivise tutto il resto della vita: il loro fu un rapporto "aperto", mai formalizzato col matrimonio, ma molto duraturo e fecondo di amicizia ed affetto. Dopo l'università, Simone si mise ad insegnare fino al 1943, quando decise di dedicarsi interamente all'attività letteraria. Morì sei anni dopo la scomparsa di J.-P.Sartre.
Dal punto di vista filosofico, le sue opere più importanti furonoPirro e Cinea (1944), Per una morale dell'ambiguità (1947) e anche Il secondo sesso (1949), il suo scritto forse più famoso, opera composita tra saggio e trattato. Scrisse anche molte opere di narrativa,tra cui ricordiamo: Memorie di una ragazza per bene,I Mandarini, Una morte dolcissima, La terza età (che è un acuto saggio sulla vecchiaia) ecc.
Per la pensatrice francese, teoresi e racconto non possono e non devono essere divisi. A spingere la de Beauvoir verso il suo peculiare stile di pensiero fu, da una parte, l'influsso dell'esistenzialismo, dall'altra la sua condizione di donna le suggeriva questa come la via più giusta per inserirsi nella cittadella dei filosofi senza smarrire la propria identità di donna e di persona. La sua prima importante opera filosofica fu Per una morale della ambiguità ,in cui dava la sua versione dell'esistenzialismo. Per lei l'esistenzialismo è una filosofia della libertà, come il portatore di una nuova etica tanto nella sfera pubblica che in quella individuale. E' una filosofia dell'impegno, che vede uniti mondo e individuo e che postula che la liberazione dell'uomo non può essere trovata nel solipsismo o nell'egoismo, per non essere illusoria, ma solo affrontando e sciogliendo il nodo del rapporto Io-mondo, Io-altri. Oggi noi "siamo liberi e oggi dobbiamo salvare la nostra esistenza… non rinviare la soluzione dei problemi e dei conflitti dell'umanità a un Paradiso di là da venire… in cui tutti sarebbero riconciliati nella morte". L'esistenza è ambigua non assurda , come sosteneva Albert Camus (cfr. i saggi Il mito di Sisifo, L'uomo in rivolta , e il racconto Lo straniero). Il senso non manca, il senso va continuamente riconquistato. L'uomo muove da una situazione di "insicurezza ontologica" che lo pone in una relazione strutturale ma ambigua col mondo e con gli altri. "Per conseguire la verità del suo essere, l'uomo non deve tentare di dissipare l'ambiguità del suo essere, ma viceversa accettare di realizzarla: egli si congiunge a se stesso solo nella misura in cui acconsente a rimanere a distanza da se stesso". Se un uomo vive, al di là di ciò che afferma, vuol dire che c'è qualcosa che lo tiene legato all'esistenza: ebbene, questo qualcosa gli impone di giustificare autenticamente sé e il mondo. Problema etico e problema politico sono due facce della stessa medaglia. La morale non fornisce ricette, può proporre soltanto dei metodi. Il Bene non è qualcosa che possa essere deciso a priori. L'esistenza concreta sfugge alla categorizzazione. Per l'ambiguità ontologica, il rapporto fra contenuto e senso di una azione va verificato caso per caso: la situazione decide la sorte di ogni valore. La verità, il benessere sono relativi alle situazioni, non può darsi una morale astratta come quella degli Stoici. Ciò non significa affatto che "poiché Dio è morto tutto è lecito". Anzi è vero il contrario : nulla è lecito se non è giustificato. Bisogna che ogni singolarità non contraddica l'universalità, che ogni impresa sia aperta alla totalità degli uomini.
Il secondo sesso è diviso in quattro parti: nella prima si analizza l'essere-donna dal punto di vista naturalistico, delle scienze. La scienza ci può rivelare la realtà materiale della donna ma non ci dice cosa deve essere una donna né che cosa può essere una donna. La verità esistenziale della donna non può venire dedotta dalle scienze, pena il riduzionismo o il biologismo. La seconda sezione affronta l'essere donna dal punto di vista della storia: su base storica, la donna è stata una "presenza-assenza", una presenza reale assente alla storia che è storia scritta e fatta dagli uomini, dal sesso maschile. Tranne alcune importanti eccezioni, la donna è stata ciò che l'uomo ha voluto che fosse. La terza parte è dedicata allo studio della immagine della donna proposta dai miti più antichi fino all'immagine femminile creata dalla letteratura. La quarta parte, infine, è una analisi del "vissuto" femminile, descritto in forma evolutiva attraverso le varie età della vita, dall'infanzia alla vecchiaia. La condizione femminile del presente è, per la de B., quella di una astratta eguaglianza contrapposta ad una concreta ineguaglianza. Le donne hanno di fatto raggiunto il pieno inserimento nella società: non è quindi più il momento delle rivendicazioni generali o delle battaglie di principio, ma bisogna che la donna scenda nell'individuale e approfondisca la conoscenza di se stessa. Conoscere se stessa è per una donna una prassi difficile. Tutte le identità che le vengono proposte dalla cultura ufficiale sono identità alienanti, che la mortificano, che registrano il suo stato di assenza culturale, di minorità sociale. La donna deve rifiutare di essere l'Altro dell'identità maschile e pagare il prezzo che questa scelta comporta. Nella storia della specie umana, la preminenza è stata accordata non al sesso che genera ma al sesso che uccide. L'uomo ha il "coraggio" di uccidere e di farsi uccidere, ha la spinta ad utilizzare attrezzi e a lavorare, a trascendere se stesso e la natura, e fonda così il complesso dei valori della civiltà. Di fronte ad essi la donna non ha mai opposto dei "valori femminili". Si è limitata a modificare la propria posizione in seno alla coppia e alla famiglia. Ma la donna oggi può provare a cercare la strada per la sua libertà. Una libertà che la pone in questione come individualità ,come questa donna qui, come "Io donna". E' una libertà difficile. Il binomio lavoro + diritto di voto non è la formula per la libertà. Solo infatti per un ristretto numero di privilegiate l'attività lavorativa porta con sé l'autonomia economica e sociale. La sintesi fra femminilità e libertà, fra femminilità e soggettività è ancora un problema aperto. In conclusione, la verità della donna non si può ancora fissare in un concetto o cogliere in forma definitiva ma solo "raccontare". Alla donna tocca decidere che cos'è la donna. La donna, dopo aver svelato la realtà della propria condizione, deve adesso viverla, ridefinirla. Un momento importante in questa ricerca di identità sarà costituito dai rapporti con l'altro sesso. Ma sul futuro dell'identità femminile e sul rapporto fra i sessi la de B. non intende azzardare pronostici.
Nel 1970, S. de B. si è posta il problema di sondare filosoficamente il mondo della vecchiaia (cfr. La terza età). Certo è che la vecchiaia diventa problema solo in una società che ha mitizzato la giovinezza: è dal dopoguerra che qualcosa di simile è accaduto. In primo luogo, la vecchiaia non è un elemento necessario della vita, nel senso che si può morire prima come si può essere uomini appieno senza aver fatto esperienza della senilità. Ciò che è rilevante è che, attraverso una analisi della vecchiaia, è possibile cogliere quelli che sono i nodi non risolti della vita sociale ed i veri e propri mali di un sistema culturale: un sistema che svuota la vita stessa di valore e di significato e che quindi attua una "scandalosa politica della vecchiaia" fin dai primi anni. una civiltà che si interessa dei giovani come dei vecchi solo per i suoi fini, che tiene la gran massa dei vecchi sul limite dell'indigenza, come la massa dei giovani su quello della disoccupazione, è un fallimento. E tutti i sistemi sociali contemporanei hanno fallito su questo piano, creando nei vecchi una nuova categoria di emarginati, accanto ai poveri, agli immigrati da altri continenti, ai malati di mente. 






BIBLIOGRAFIA :


De MARTINO-BRUZZESE, Le filosofe, Liguori Editore, Napoli 1994.

ZAMBONI, La filosofia donna, edizioni Demetra 1997.

E.STEIN, Essere finito e essere eterno, Città Nuova Editrice (ha una sezione dedicata alle opere della Stein).

S.WEIL, Quaderni, edizioni Adelphi .

H.ARENDT, Vita activa. La condizione umana, Saggi Tascabili n.41 Bompiani.

H.ARENDT, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità.

H.ARENDT, La banalità del male, Saggi Feltrinelli.

S. de BEAUVOIR, Il secondo sesso, Edizioni Il Saggiatore.

S. de BEAUVOIR, La terza età, ediz. Einaudi (in Einaudi ci sono molte altre opere della de Beauvoir). 



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