" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche

Crizia

domenica 14 agosto 2011

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Buona lettura!




Il Crizia, di proposito, si riallaccia al Timeo e avrebbe dovuto esserne la prosecuzione. Nel Timeo, Timeo ha raccontato, con un mito, come è chi si costituisce questo mondo visibile, nel suo ordine e nei suoi limiti, a immagine dell'ordine intelligibile e uno.
Crizia- nel Crizia- come già già stato preannunciato nel Timeo, dovrebbe, riprendendo la narrazione di Solone (il legislatore, poeta della misura politica), far vedere, dopo aver descritto Atene preistorica e ideale (dimentica di sé per i ricorrenti cataclismi), ed un presunto preistorico regno di Atlante, come è che i due Stati sono entrati in guerra, e come, di fatto, è l'Atene di oggi; ma dovrebbe quindi mostrare quale avrebbe da essere per riemergere e adeguarsi non tanto al "primo modello" divino, ma all'ordine, alla misura, alle leggi del mondo quale si è costituito, qual è nella sua "esistenza", secondo il mito verosimile di Timeo.
Crizia descrive prima Atene preistorica e ideale, abbastanza piccola, agricola e artigianale (non a caso Platone sottolinea che uno degli dèi che presiedeva Atene è Efesto, il dio delle arti), misurata e sapiente (non a caso l'altra divinità, che con Efesto ebbe in sorte di presiedere la città, è Atene, la dèa del sapere: "Efesto ed Atena, di comune ed affine natura, per il loro duplice amore, amore del sapere, amore dell'arte".

Crizia descrive, poi, il regno di Atlante, molto vasto, retto monarchicamente, stato di traffici, commerciale e marittimo (non a caso il dio che lo presiede è Poseidone, che fa re dell'Atlantide i figli avuti da donna mortale), Stato fastoso e ricco, con un che di "barbarico".
Molto indicativa è indubbiamente la contrapposizione tra l'urbanistica della preistoria Atene e l'urbanistica (porti, tempio di Poseidone, darsene e così via) dello Stato di Atlante: in realtà la contrapposizione delle due concezioni urbanistiche e architettoniche, rivela la contrapposizione tra due concezioni.
La descrizione da parte di Crizia delle due città, pur contrapposte, sia per la loro origine, sia per la loro struttura anche economica ( e in tale contrapposizione è implicita la ragione del loro conflitto e dell'annullamento di Atlantide, per iò sopravvento dell'umano, della tracotanza, del privato, sulla divina misura razionale, sulla verità, sul pubblico), sia pur l'una città diversa dall'altra, corrisponde all'immagine prima che nel Timeo si era data del modello divino, che, tuttavia, mai è stato se non come condizione prima dell'esistere.
In realtà, secondo la promessa fatta nel Timeo, Crizia dovrebbe mostrare qual è uno Stato storico, in moto e che tenta di reggersi secondo le leggi del cosmo, nato dalle mani di Timeo, ossia non del modello divino, ma dell'immagine  storica del modello divino, costituita a mò di opera dovuta ad artigiano.
Di non poca importanza, sia per ribadire l'intenzione del Timeo, sia per rendersi conto che lo Stato di "oggi" non è più quello retto dagli dèi come se fossero "pastori di uomini - ove è ripreso il motivo degli uomini-non uomini del mito del Politico- sono le parole che Crizia premette al suo discorso:


Imitazione, immagine, ecco, in definitiva, ciò che necessariamente sono tutti i nostri decorsi; e le riproduzioni che i pittori fanno dei corpi divini e umani, guardiamole nella loro facilità o difficoltà nel sembrare a chi le contempli imitazioni ben riuscite: quanto alla terra, ai monti, ai fiumi, alle selve, al cielo e a tutto ciò che esiste sotto al cielo e intorno a lui si muove, innanzitutto riconosceremo che restiamo soddisfatti se uno è capace di fare un'imitazione, che renda, sia pur in piccola parte, quelle cose; non solo, ma poiché di quelle non abbiamo in generale nessuna conoscenza esatta, non ne esaminiamo e non ne discutiamo troppo la riproduzione, accontentandoci di approssimative ed ingannevoli prospettive.
Quando, invece, un pittore tenta di ritrarre i nostri corpi, a causa di una quotidiana e abituale osservazione, accorgendoci acutamente di ogni difetto, diventiamo incontentabili critici di chiunque non ne sappia, rendere perfettamente le somiglianza.
Lo stesso, dobbiamo saperlo, avviene anche per i discorsi, ché, mentre rimaniamo soddisfatti di quanto si dice delle cose celesti e divine, basta se ne dica qualcosa che appena appena ci sembri avere una certa verosimiglianza, le cose mortali e umane le sottoponiamo ad una critica precisa.

(In antico), ottenuto ogni dio, con un giusto sorteggio, ciò che prediligeva, si stabili nella sua regione, e là, presa dimora, come i pastori con le loro greggi, così, come beni propri, come propri figli, gli dèi ci hanno allevati.


Crizia, dunque, descrive prima la felice posizione geografica del mitico Stato di Atene, retto da Atena e da Efesto, descrive i suoi mitici civilizzatori, la sua mitica costituzione, la Città, l'Acropoli; poi passa a descrivere la mitica Atlantide e parla di Poseidone, primo signore e padre degli Atlantidi, dei re, delle ricchezze, della struttura urbanistica della capitale, della geografia, della organizzazione politico-militare, dell'autorità dei re atlantidi.
La prima parte del Crizia, corrisponde, dicevamo, alla prima parte della narrazione del Timeo sul "modello divino", a immagine del quale s'intesse e si costituisce, ordinandosi n leggi e proporzioni il mondo dell'esistenza. Il Crizia s'interrompe là dove si sarebbero dovute vedere le prime ragioni del conflitto dei due Stati; poi, sparita l'Atlantide, per decreto degli dèi, a causa di terremoti e sconvolgimenti, e decaduta Atene, a causa di cataclismi naturali (suggestive le pagine del disfacimento geologico dell'opima terra dell'Attica), in quello stadio intermedio che sta tra l'età di Crono e il limite estremo del nulla, cioè nell'età di Zeus (non a caso il mito sarà ripreso nel IV delle Leggi), come Atene e la Grecia, da una condizione di decadenza, di conflitti interni per il prevalere di uno o altro centro di potere, di supremazia dei traffici e delle attività finanziarie sull'ordine e la misura (ove chiaro è da parte di Platone il riferimento alle pòleis greche tra il 360 circa e il 350), avrebbero potuto salvarsi, ristrutturandosi mediante leggi, espressione dell'unica ragion d'essere.


La seconda parte del Crizia avrebbe dovuto corrispondere, per analogia, alla seconda parte del Timeo, ove Timeo narra della realtà di fatto, storica, intermedia tra l'ordine, traducibile in leggi, esplicazione dell'unico Lògos, dell'anima, dell'intelligenza, e i limiti della necessità, del disordine, tale finché non viene risolto entro i termini della razionalità e della misura, pur da un lato rimanendo un margine di irrazionalità, di fortuna, di male, e, dall'altro lato, l'esigenza, per quel po' di razionalità che negli uomini è rimasto, di ritrovare sé come momenti del divino, cioè di quella ragione che ipoteticamente è prima.
Il Crizia s'interrompe là dove avrebbe dovuto cominciare; ma, relativamente a quanto dicevano, di non poco conto è ricordare il motivo per cui, secondo Platone, l'Atlantide, nonostante le sue ricchezze, i suoi fasti, la sua vita commerciale e marittima, rettasi fino a un certo momento con saggezza e misura, "grazie al prevalere del principio divino", decadde fino a scomparire e ad essere sommersa dai mari:

Ma quando l'elemento divino venne estinguendosi in loro, sempre più mescolandosi con l'andar del tempo all'elemento mortale, e prevalse il carattere umano, allora, più non sapendo equilibrare la loro prosperità, degenerarono. E mentre a chi aveva ancora possibilità di vedere, costoro apparirono indegni (...) agli occhi di coloro che, invece, non sanno intendere quale sia il vero e felice tenore di vita, solo allora sembrarono belli e felici, tutti gonfi com'erano d'ingiustizia avidità e di potenza (Crizia).

Ma già così, sia pur sotto altra prospettiva, aveva scritto Platone nella Repubblica, dove miticamente si voleva rendere conto di come avviene il passaggio dallo Stato perfetto e metastorico alla sua degenerazione; ossia agli Stati storici, di fatto:

Poiché tutto che nasce ha in sé implicita corruzione, neppure questa costituzione durerà perennemente, ma si dissolverà, e tale sarà la sua dissoluzione: non solo per le piante radicate alla terra, ma anche per gli animali che vivono sulla terra vi sono volta a volta periodi di fertilità e di sterilità, sia nell'anima che nel corpo (...) (Repubblica).




Fonte: Platone, vita, pensiero, opere scelte "I grandi filosofi"

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