" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche
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Topica

giovedì 29 settembre 2011

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Topica (Topica o Arte dei luoghi) sono un'opera retorica composta nel luglio del 44 a.C. dallo scrittore romano Marco Tullio Cicerone. Si tratta dell'ultima opera retorica di Cicerone; la loro stesura fu iniziata mentre l'arpinate si trovava nell'Italia meridionale, in procinto di intraprendere un viaggio in Grecia che fu costretto poi a interrompere per tornare urgentemente a Roma, dove la situazione politica tesa e conflittuale richiedeva la sua presenza.
L'opera è indirizzata all'amico giurista Gaio Trebazio Testa, che aveva chiesto a Cicerone di enunciare e semplificare il contenuto dei Topica di Aristotele, e tratta della topiké, ovvero l'arte di trovare gli argomenti durante la fase dell'inventio. I "luoghi" (topoi o loci communes) cui il termine topica fa riferimento sono, secondo Aristotele, le sedi da cui si traggono gli argomenti, cioè i luoghi comuni che possono essere adoperati nella preparazione di un'orazione, ma anche nella stesura di un'opera filosofica o poetica. La dottrina della topiké, dunque, può essere utile anche ai giuristi come Trebazio, e di conseguenza ampia parte della trattazione è riservata proprio all'uso dei topoi in campo giuridico.
Nel proemio dell'opera, Cicerone sottolinea la difficoltà che anche un romano colto può trovare nell'interpretazione di un testo tecnico scritto in lingua greca; contemporaneamente, dunque, la levatura culturale dello stesso Cicerone appare sottolineata. Parimenti, se è vera la notizia per cui l'opera fu scritta mentre Cicerone si trovava in viaggio, i Topica costituiscono una prova effettiva della prodigiosa memoria che avrebbe permesso poco tempo più tardi all'arpinate la composizione delle opere filosofiche.

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Timaeus

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Cato De Senectute

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Cato Maior de senectute (Catone il Vecchio, sulla vecchiaia) è un'opera filosofica scritta da Cicerone nel 44 a.C., ovvero poco prima della morte, e dedicata all'amico Attico. Composta di 23 capitoli, ha la forma di un dialogo che si immagina sia accaduto nell'anno 151, quando il personaggio che dà il titolo all'opera (famoso anche come Catone il Censore) aveva già 83 anni. Egli conversa con l'amico Gaio Lelio, assai più giovane, e con Publio Cornelio Scipione Emiliano.
Il dialogo è introdotto - dopo la dedica ad Attico - dalle parole di Scipione che esprimono la meraviglia sua e di Lelio per la serenità con la quale Catone vive la vecchiaia. Catone inizia così la sua pacata argomentazione: prende in esame le critiche comunemente rivolte alla vecchiaia e le confuta, con esempi tratti dalla storia greca e romana. Le accuse esaminate sono: la debolezza e decadenza fisica; l'attenuarsi delle capacità intellettive; l'impossibilità di godere dei piaceri dei sensi; la bizzarria del carattere e l'avarizia.
La conversazione approda con naturalezza al tema della morte e della paura che essa suscita. Catone, dopo aver osservato che la morte o è il nulla (e in tal caso nulla vi è da temere, secondo la concezione epicurea), o significa una vita migliore per chi è vissuto con rettitudine. Infine, riflette, è contrario all'esperienza accostare il pensiero della morte solo alla vecchiaia: tanti giovani vedono la loro età fiorente stroncata da una morte prematura.
Infine, Catone passa al tema dell'immortalità dell'anima. Richiama per sommi capi le dottrine pitagoriche e platoniche sulll'anima; quindi espone altri argomenti a favore di tale dottrina. Conclude che è proprio degli spiriti nobili e saggi attendere la morte con animo sereno, costituendo così un esempio per la maggioranza degli uomini; augura infine agli amici di poter raggiungere l'età avanzata e quindi di provare per esperienza ciò che hanno appena appreso dalle sue parole.


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De Repvblica

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Il De re publica di Cicerone è un trattato di filosofia politica diviso in sei libri.
L'opera fu scritta tra il 55 a.C. e il 51 a.C. e, come il suo modello, "La Repubblica" di Platone, l'opera si svolge sotto forma di dialogo (ipoteticamente avvenuto) nel 129 a.C., tra Scipione Emiliano, che di lì a pochi giorni sarebbe morto, Lelio e altri personaggi minori, nella villa suburbana dello stesso Emiliano. L'opera analizza le forme di governo e le loro degenerazioni (da monarchia a tirannide, da democrazia a oclocrazia, da aristocrazia, a oligarchia e il ritorno alla monarchia); dei sei libri che la componevano ci sono giunti in maniera completa solo i primi, oltre a quanto trasmessoci da molti altri autori, come Macrobio, Lattanzio, Nonio e Sant'Agostino. Possediamo inoltre frammenti dal terzo al quinto libro e la conclusione del sesto, che furono scoperti dal cardinale Angelo Mai nel 1819, in un palinsesto vaticano sotto il commento di Sant'Agostino ai salmi 119-140 di David.




L'opera 

Partendo dallo spunto del dialogo platonico, Cicerone, muovendosi nell'ambito dello stoicismo della sua formazione filosofica, espone la teoria costituzionale di Roma antica, stabilendo il nesso esistente tra la morale dei costumi politici e le virtù morale dei comportamenti individuali.
Cicerone introduce la discussione mostrando come, nella sua visione permeata da stoicismo, gli uomini non siano nati per uno studio meramente astratto: la ricerca della verità filosofica, egli argomenta, non dovrebbe mai prescindere da una sua concreta applicabilità, in una prospettiva che risulti utile ai grandi interessi della filantropia e dell'amore per la patria.
  • Nel libro I è esposta la dottrina aristotelico-polibiana delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia), delle loro rispettive degenerazioni (tirannide, oligarchia, oclocrazia) e del necessario passaggio dall'una all'altra di esse, evitabili solo grazie alla stabilità assicurata dalla costituzione mista, che contempera in sé gli elementi fondamentali delle tre forme di governo. Una costituzione del genere si è storicamente inverata, come già Polibio aveva indicato, nella repubblica romana del II secolo a.C., che di fatto era un regime aristocratico-oligarchico, anche se i consoli, il senato e i comitia potevano riprodurre almeno nominalmente le tre forme canoniche.
    L'esposizione di Cicerone è tesa a mostrare i benefici che derivano dal contemperare l'atteggiamento contemplativo e distaccato della filosofia, con la pratica di una vita pienamente attiva e politica, in accordo con l'utopica visione di Platone: «Felice la nazione i cui filosofi sono re e i cui re sono filosofi».
    Si tratta di una precisazione che, ai suoi occhi, risulta tanto più necessaria quanto più si considera l'atteggiamento di alcuni filosofi il cui fermo attaccamento alla metafisica e alle speculazioni astratte, li porta ad affermare che il vero filosofo non deve essere coinvolto nella conduzione di pubblici affari.
  • Nel libro II Cicerone offre una panoramica della storia e degli sviluppi della costituzione romana; egli tesse i migliori elogi dei re originari e mette in evidenza i grandi vantaggi connessi ad un simile sistema monarchico, di cui viene descritta la graduale dissoluzione . Per sottolineare l'importanza e l'opportunità di una reviviscenza di quel sistema, Cicerone pone l'accento su tutti i mali e i disastri che si sono abbattuti sullo stato romano in conseguenza del sovraccarico di violenza e follia democratica, che ha continuato ad accrescere, in maniera allarmante, la sua preponderanza. Cicerone, con una sagacia che gli deriva dalla sua personale esperienza politica, si spinge a descrivere i rivolgimenti che si abbatteranno sullo stato romano, permanendo un tale stato di cose.
  • Il libro III affronta il grande tema della giustizia all'interno dello stato e nei rapporti internazionali. Cicerone si serve della verità profonda racchiusa in un proverbio di inestimabile valore: «L'onesta è la migliore regola di condotta» in tutti le questioni, si tratti di affari pubblici o privati. Il dialogo si svolge tra Furio Filio e Caio Lelio. Il primo esprime la sua visione pessimistico-realista secondo cui i governanti promulgano le leggi solo per proprio tornaconto; l'altro afferma la visione ottimistica secondo cui la legge positiva è una traduzione in pratica della legge naturale.
    La disquisizione che Cicerone compie in questo libro ebbe un commentatore di pregio in Sant'Agostino che ne fornì la sua analisi in De Civitate Dei, III-21.
  • I libri IV e V son quasi interamente perduti, salvo i pochi e disparati frammenti pervenutici. Nei due libri viene tratteggiata la figura dell'uomo di governo ideale, che Cicerone chiama di volta in volta princeps ("primo cittadino") o tutor et procurator rei publicae ("reggitore e governatore dello stato"), o ancora con altri appellativi (moderator). Non si tratta del vagheggiamento di una riforma costituzionale in senso autoritario, ma di un modello ideale di uomo politico, che sappia sacrificare ogni interesse personale per il bene della comunità, assicurando (anzi, restaurando) la stabilità della repubblica senatoria, espressione della classe dirigente.
  • Nel sesto e ultimo libro, Cicerone si occupa di mostrare come gli uomini di stato che intendano perseguire l'amore per la patria, la giustezza e la filantropia, non debbano unicamente attendersi di ricevere, mentre sono in vita, l'approvazione e il sostegno morale di tutti i buoni cittadini. Ad essi spetta, nella prospettiva dell'eternità, la gloria immortale di una nuova forma di esistenza. Per illustrare questo punto, Cicerone introduce la famosa immagine del Somnium Scipionis, che egli utilizza per spiegare, con inimitabile eleganza e dignità, le dottrine platoniche sull'immortalità dell'anima.








In questo episodio Scipione Emiliano rievoca l'apparizione, in un sogno fatto tempo addietro, del nonno adottivo Scipione Africano, che dall'alto dei cieli gli addita la piccolezza della terra e la conseguente futilità delle cose umane, ma nel contempo gli rivela la ricompensa di eterna beatitudine destinata nell'aldilà alle anime di chi sulla terra si è prodigato per il bene della patria. Coloro i quali si sono lasciati trasportare dai piaceri del corpo vagheranno, una volta morti, intorno alla terra per purificarsi prima di salire al cielo.





Il Somnium Scipionis 


Il passo del Sonno di Scipione, per il quali siamo debitori a Macrobio, merita una menzione particolare: è, nel suo genere, uno dei momenti più felici della letteratura dell'antichità, e tra i passi più ammirati e celebrati dagli studiosi di ogni epoca. Esso, che costituiva la conclusione dell'opera, è stato per lungo tempo anche l'unica parte conosciuta che, fin dall'antichità, aveva cominciato a circolare con il titolo autonomo di Somnium Scipionis. Solo dal 1819 è il testo è stato parzialmente ricomposto quando è venuto alla luce il testo dei primi cinque libri (buona parte dei primi due e frammenti degli altri).


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De Oratore ad Qvintvm fratrem

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De Officiis

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Il De officiis (lat. Sui doveri) è un'opera filosofica di Cicerone che tratta dei doveri a cui ogni uomo deve attenersi in quanto membro dello stato. Composto negli ultimi mesi del 44 a.C., in meno di quattro settimane, con rapidità a dir poco impressionante, tra Roma, Pozzuoli ed Arpino, fu la sua ultima opera. È strutturato come un trattato di etica pratica, strettamente legata all'azione politico-sociale, ed ha un tono precettistico sconosciuto alle altre opere filosofiche ciceroniane, concepite in forma dialogica e con un tono più relativista. Per questo è stato letto da molti studiosi come il tentativo di delineare una vera e propria morale per classe dirigente romana, nel tentativo di scongiurare la presa di potere di un solo individuo.

Nel 44 a.C. Cicerone era ancora politicamente attivo, impegnato nel tentativo di contrastare Antonio con le famose Filippiche per impedire che le tensioni rivoluzionarie s'impadronissero della repubblica romana. Nonostante i suoi sforzi, il sistema repubblicano era destinato a cadere, e deludere le speranze rinate dopo l'assassinio di Giulio Cesare.




Origine 

Il trattato è dedicato ed indirizzato al figlio Marco che a quel tempo studiava filosofia ad Atene. È tuttavia probabile che Cicerone avesse in mente di rivolgersi a un pubblico più vasto.
Il De officiis è stato definito come uno sforzo di definire gli ideali della morale pubblica. Il suo autore, in molti passaggi, si mostra critico nei confronti del dittatore appena uscito di scena, Giulio Cesare, e nei confronti della sua dittatura.
L'opera, ispirata ad un analogo lavoro dello stoico Panezio (II secolo a.C.), è divisa in tre libri: il primo tratta il concetto dell' honestum (bene morale) in relazione al quale si stabiliscono i doveri, ossia i comportamenti moralmente validi e che si sviluppa in quattro virtù fondamentali (sapienza, giustizia, temperanza, magnanimità); il secondo tratta l'utile, dove i doveri stabiliti in base a questo criterio sono gli stessi del precedente libro; infine il terzo ed ultimo libro tratta del conflitto tra utile ed onesto. Cicerone ripensa le concezione filosofiche ellenistiche per offrirle come punto di riferimento per una classe dirigente romana che sappia contrastare il declino della repubblica. L'opera è illustrata da numerosissimi esempi tratti dalla vita quotidiana, dalla mitologia, dalla letteratura, dalla storia greca e romana.


Contenuti 

Cicerone era profondamente influenzato dalla filosofia greca e, in particolare, dalla Stoicismo medio, inaugurato a Roma da Panezio di Rodi, che aveva integrato il pensiero stoico delle origini con la ripresa di Socrate e Platone, in un orizzonte più eclettico e mondano. Le virtù dello stoicismo in Cicerone vengono definite le quattro parti dell'onesto, che sono giustizia, sapienza, fortezza e temperanza.
La virtù della conoscenza è messa in secondo piano rispetto all'azione, nella quale si manifesta invece pienamente la virtù. Tale presa di posizione è dettata dalla situazione in cui Cicerone si trova a scrivere, che vede il progressivo abbandono della vita politica da parte di quei ceti medi che nella sua ottica sono invece responsabili della salvaguardia della repubblica.
La giustizia è virtù fondamentale. Il suo sovvertimento può avvenire attivamente, per cupidigia di denaro o brama di potere, ma anche per omissione, cioè trascurando il proprio dovere verso la società. Il progetto politico di Cicerone è fondato sulla concordia trai boni, cioè trai ceti medi, che devono essere in grado di sacrificare il proprio interesse immediato a finanche la propria gloria in nome della patria. Essi non devono quindi mancare di temperanza, ma devono uniformarsi a ciò che è conveniente, al decorum.
L'utile non può non coincidere con l'onesto e deve sempre subordinarsi ad esso; l'utile che persegue invece interessi particolari è frutto di malizia.


Eredità 

L'eredità dell'opera è enorme. Nonostante non fosse un'opera cristiana, Sant'Ambrogio, nel 390, ne dichiarò legittimo l'uso per i cristiani, così come ogni altra opera di Cicerone o del filosofo Seneca, popolare in ugual misura. Durante il Medioevo il saggio assunse autorità morale: molti dei padri della Chiesa, sia Agostino che San Girolamo che, ancor di più, Tommaso d'Aquino, ebbero familiarità con questo scritto.
Ad illustrarne l'importanza vi sono una moltitudine di copie amanuensi, sopravvissute nelle librerie di tutto il mondo, risalenti a prima dell'invenzione della stampa. Solo il grammatico latino Prisciano è meglio attestato, con le sue circa 900 copie amanuensi ancora esistenti. Dopo l'invenzione della stampa, il De officiis fu il secondo libro a essere stampato, preceduto solo dalla Bibbia di Gutenberg.












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De Divinatione

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Il De divinatione è un'opera filosofica di Cicerone redatta in due libri e risalente ai primi mesi del 44 a.C., periodo in cui l'ultima dittatura di Cesare comportò l'allontanamento dell'autore dall'attività politica.

Scena di Cleromanzia: da una kylix attica a figure rosse del "Pittore di Duride", 490 a.C.


Nel Libro I Marco immagina di trovarsi nella propria villa di Tuscolo in compagnia del fratello Quinto Tullio Cicerone il quale apre per primo la trattazione, esponendo il proprio punto di vista in favore della divinazione e in linea con lo Stoicismo. Secondo tale corrente filosofica infatti la possibilità di prevedere il futuro avrebbe un fondamento reale e la prova più evidente può trovarsi nell’accordo che tutte le popolazioni dimostrano di avere da sempre su questo punto (consensus omnium). Quinto passa poi ad illustrare le due grandi categorie in cui risultano suddivisibili i metodi divinatori: da un lato la divinazione artificiale, derivante dall’osservazione dei prodigi e dalla corretta interpretazione degli stessi grazie a procedure rigorosamente standardizzate; dall’altro la divinazione naturale, determinata dall’ispirazione immediata o da una visione diretta che l’animo – momentaneamente libero dai suoi vincoli corporei – avverte inconsciamente, come avviene per esempio durante i sogni. Sulla veridicità di tali assunti Quinto fa appello all’esperienza di Cicerone stesso quando, sui Monti Albani o in Campidoglio, poté assistere a prodigi che gli preannunciarono la congiura di Catilina.

Riproduzione grafica del "Fegato di Piacenza", II-I a.C.


Nel Libro II Cicerone passa in rassegna tutti gli argomenti e gli esempi addotti dal fratello, confutandoli uno dopo l'altro e dimostrando in tal modo la sua refrattarietà a prestar fede all’arte divinatoria. In accordo con i principi filosofici dello Scetticismo egli attacca ogni aspetto riguardante gli oracoli, l'astrologia e l'aruspicina, contestandone la serietà, la scientificità e affermando che la religione acquisterebbe maggior credito se fosse depurata da credenze false e superstiziose. Nonostante ciò Cicerone non arriva a respingere integralmente la divinazione ma ne giustifica la pratica in quanto istituzione “politica”, necessaria al mantenimento degli equilibri interni dello Stato e alla salvaguardia delle tradizioni.

Laelivs De Amicitia

mercoledì 28 settembre 2011

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Academicorum Priorum

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Academicorum Posteriorum

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De Finibus Bonorum et Malorum

martedì 27 settembre 2011

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De finibus bonorum et malorum ("Sui confini del bene e del male"). È un dialogo in cinque libri che si pone il problema di cosa sia il sommo bene, tenendo in considerazione le due filosofie antiche stoica ed epicurea che, rispettivamente, lo classificavano come virtù e piacere.



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Tusculanae Disputationes

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Tusculanae disputationes ("Conversazioni a Tusculum"): Le Tusculanae disputationes furono composte nel 45 a.C., sotto la dittatura di Cesare, quando Catone Uticense era già stato costretto al suicidio e la repubblica aveva, in fin dei conti, cessato di esistere. Il dittatore si era dimostrato clemente, ma aveva dato a intendere agli intellettuali che non avrebbe accettato una loro "insubordinazione": a Cicerone, che aveva scritto un libro in memoria di Catone, Cesare aveva risposto con l'Anticato ("Anticatone"), in cui criticava l'illustre morto, mostrando quale sarebbe stato il suo atteggiamento verso gli oppositori. Per Cicerone la situazione era davvero complicata: sua figlia Tullia era appena morta, e la vita politica aveva perso ogni senso. L'oratore decise dunque di ritirarsi nella villa di Tusculum, particolarmente amata da Tullia, dove si dedicò allo studio della filosofia. Gli argomenti delle disputationes rispecchiano dunque il suo stato d'animo: cos'è la morte? Cos'è il dolore? C'è un modo per alleviare le afflizioni dell'animo? Cosa sono le passioni? Come si deve confrontare il saggio nei confronti di questi elementi turbatori della propria imperturbabilità? Infine: cos'è la virtù? Basta a rendere felice una vita? Tra le ultime riflessioni ve n'è anche una a proposito del suicidio, inteso come mezzo per eludere la morte. Cicerone tratta questi temi con il suo solito stile eloquente, ma vi si intravede un forte senso d'impotenza: è evidente che il suo pensiero è sempre rivolto, nonostante tutto, a Roma ed alla politica.




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Academica

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Academica, è un'opera dialogica del 45 con interlocutori Lutazio Catulo e Licinio Lucullo; tratta il problema della conoscenza secondo le dottrine del probabilismo della nuova Accademia rappresentata da Filone di Larissa e Antioco d'Ascalona. Fu composta in due redazioni di due e quattro libri: rimangono il 2° della prima (Academica priora o Lucullus) e il 1° incompleto della seconda (Academica posteriora).



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De Natura Deorum

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Il De natura deorum (in italiano La natura degli dei) è un'opera filosofica di Marco Tullio Cicerone scritta nel 45 a.C. È di carattere religioso ed è composta di tre libri:
  1. Nel primo libro un certo Velleio espone la tesi epicurea, che viene ampiamente confutata da un certo Cotta;
  2. Nel secondo libro un certo Lucilio Balbo espone la dottrina stoica della Provvidenza che ha generato il mondo, celebrando la Natura e la posizione predominante dell'uomo nel creato data dagli dei, dottrina per la quale Cicerone sembra provare simpatia;
  3. Nel terzo libro Cotta confuta quanto esposto nel secondo libro tramite la dottrina dell'estremo razionalismo, e arriva alla conclusione che la religione è uno strumento della politica e di chi governa, dichiarandosi dubbioso sull'esistenza degli dei e del soprannaturale.




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