" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche
Visualizzazione post con etichetta Ebook di filosofia: Le Meditazioni metafisiche di Cartesio.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ebook di filosofia: Le Meditazioni metafisiche di Cartesio.. Mostra tutti i post

Schema riassuntivo in pdf delle Meditazioni Metafisiche di Cartesio

domenica 26 giugno 2011

| | | 0 commenti
Dopo aver analizzato nel dettaglio le Meditazioni Metafisiche di Cartesio, oggi, vi propongo uno schema riassuntivo di tale opera, molto utile per tutti coloro che vogliono ripassare oppure studiarne i concetti chiave!!!













Buona lettura!!

Ebook di filosofia

martedì 1 marzo 2011

| | | 4 commenti




Sesta meditazione ( dell'esistenza delle cose materiali e della reale distinzione tra anima e corpo dell'uomo).




Rapporto tra la mente e il corpo: per gli aristotelici sono rispettivamente la forma e la materia dell'uomo, i due aspetti che concorrono a formare la sostanza che chiamiamo uomo. In ogni sostanza c'è una forma e una materia; nell'uomo c'è un'anima e un corpo(all'anima appartengono le funzioni vitali, sensibili e l'intelligenza).
Gli aristotelici distinguevano tra un'anima vegetativa, sensitiva e razionale (le piante hanno un'anima vegetativa, gli animali oltre ad avere l'anima vegetativa hanno anche quella sensitiva in quanto rispondono a degli stimoli sensibili).
Solo l'uomo ha la capacità di ragionare, in lui queste tre anime sono riunite. Cartesio contesta questo schema perché ritiene che esso favorisce l'immaterialismo in quanto non distingue a sufficienza tra l'anima e il corpo. Per Cartesio le funzioni vitali dipendono interamente dal corpo; gli animali e le piante non hanno un'anima, non hanno sensibilità ma sono solamente parti di materia, sono delle macchine materiali. 
Cartesio sostiene che l'anima per come viene definita dagli scolastici è qualcosa di oscuro che non ha una sua essenza chiara e distinta. La mente in quanto tale, per Cartesio (l'ha fatto capire nella seconda meditazione) consiste essenzialmente nel pensiero, semplice consapevolezza di avere determinate sensazioni.



Dopo Cartesio è diventato abbastanza naturale considerare l'anima come pensiero( Leibniz, idealismo).
Cartesio cerca di trovare l'essenza della mente, cosa sia la mente, com'è possibile pensare che la mente è diversa dal corpo. In altri termini, si può asserire che Cartesio vuole fornire una definizione chiara della mente.
Da Cartesio in poi nascerà anche la problematica del materialismo  (dottrina secondo la quale non esiste niente di diverso dalla materia, e le stesse funzioni mentali sono soltanto espressioni della materia), pensabile solo dopo che Cartesio ha scisso radicalmente la mente dal corpo mostrando che quest'ultimo è di per sé capace molte cose.
Cartesio è stato il primo ad aver scoperto l'importanza del sistema nervoso e il fatto che questo è interamente collegato al cervello!
La sesta meditazione è importantissima in quanto vengono tratte le conseguenze delle meditazioni precedenti cercando di risolvere i problemi della prima meditazione.
In questa meditazione Cartesio si propone di dimostrare che esistono le cose materiali contro il dubbio della prima meditazione e che l'anima e il corpo sono distinti contro il dubbio che era venuto fuori nella seconda meditazione (la mente e il corpo erano la stessa cosa).


Dimostrazione dell'esistenza delle cose materiali:


Nessun filosofo prima di Cartesio si era mai sentito in dovere di dimostrare che esistono le cose materiali cioè che esistono i corpi e il mio corpo.Questo è un compito inaudito per un filosofo e specialmente in metafisica !
Da Cartesio in poi l'esistenza dei corpi diventa un problema in quanto distinguendo cosi radicalmente il corpo dalla mente e ponendo un dubbio così radicale sulla sensibilità, ha in qualche modo rotto quel principio di senso comune che ci fa asserire che il mondo esiste e che vedo i corpi.
Da Cartesio in poi fioccano le dimostrazioni dell'esistenza dei corpi, fino a quando Malebranche diretto seguace di Cartesio asserirà che non si può dimostrare che i corpi esistono, solo la fede ci dice che i corpi esistono. Hume dirà che non sappiamo cosa c'è oltre alle nostre percezioni.






La dimostrazione dell'esistenza dei corpi non è semplice per Cartesio in quanto nella prima meditazione aveva proferito che i sensi ci ingannano e quindi non possiamo fidarci di questi.
La sesta meditazione segna un ritorno di attenzione e un parziale recupero della sensibilità. A qualcosa i sensi dovranno servire, altrimenti, perché Dio li ha messi in noi?
Come fare a dimostrare che esistono i corpi dopo aver detto che i sensi ci ingannano, che l'intelletto ci fa conoscere solo le essenze delle cose e che la veracità di Dio riguarda le cose concepite chiaramente e distintamente?
Da queste condizioni sembrerebbe impossibile dimostrare che i corpi esistono perché dato che le nostre facoltà conoscitive sono principalmente due: sensibilità e intelletto; i sensi al massimo ci danno percezioni oscure; l'intelletto li dà chiare e distinte quindi garantite da Dio ma solo dell'essenza dei corpi quindi dove si va a cercare un appiglio per dimostrare che i corpi esistono?
Cartesio cerca all'inizio di appellarsi a una terza facoltà intermedia tra la sensibilità e l'intelletto : l'immaginazione cioè una facoltà che ha un contenuto sensibile(quando ad esempio sogno utilizzo del materiale sensibile modellandolo a mio piacere)ha una parte attiva; per Cartesio l'immaginazione è legata al corpo/al cervello.
E' una facoltà che è comandata dalla mente ma che agisce nel corpo.
Questo è un tentativo di dimostrazione che lo stesso Cartesio riconosce non essere sufficiente. Nell'uomo ci sono funzioni corporee e mentali e queste due interagiscono e l'una trova un limite nella seconda.






Questa dimostrazione è fallimentare perché dato che ancora non so se esiste un cervello, come faccio a postulare che questi limiti della mia immaginazione dipendono da qualcosa di diverso dalla mia mente? E' soltanto un indizio, un'ipotesi che questi limiti dipendano dal fatto che la mia mente è unita a un cervello.
Fallita questa prima strada si è tornati nel vicolo cieco e quindi non restano che le due possibilità che si sono già esplorate in precedenza cioè i sensi e l'intelletto. Cartesio non può cadere sul fatto che l'intelletto ci fa conoscere solo l'essenza dei corpi perché significa rivoluzionare tutto il suo pensiero; l'appiglio lo trova nel lato della sensibilità.
La sesta meditazione costituisce una sorta di recupero parziale del valore della sensibilità; rispetto a quest'ultima Cartesio distingue (come all'interno della prima meditazione) due ambiti o livelli epistemologici diversi della conoscenza sensibile.
Rispetto alla prima meditazione adesso so di essere la creatura di un Dio verace, di un Dio che non mi inganna e qui Cartesio troverà la strada per arrivare alla sua dimostrazione. La dimostrazione sarà in due tempi:prima ancora di dimostrare l'esistenza dei corpi, si dimostrerà l'essenza della mente.
Cartesio vuole dimostrare che la mente e il corpo sono due cose diverse, come fa a dimostrarlo?
Semplicemente con il fatto che io riesco a concepire queste due cose separatamente l'una dall'altra. Io riesco a concepire la mente negando l'esistenza del corpo e l'esistenza del cogito e questo dimostra di per sé che la mente è una sostanza diversa dal corpo.
Cartesio più che dimostrare l'essenza della mente dimostra che la mente è qualcosa che esiste indipendentemente dal corpo (è una sorta di dimostrazione in negativo di che cos'è la mente).




La mia mente e il mio corpo sono due cose diverse. La mia mente esiste (cogito ergo sum) e so che cos'è ( qualcosa di diverso dal corpo). Cartesio qui pone una questione di definizione della mente. Lo strumento principale di Cartesio è la concepibilità separata della mente e del corpo.
Premessa principale: Dio è verace, tutto ciò che concepisco chiaramente e distintamente è vero; premessa minore: io concepisco chiaramente e distintamente che l'anima può sussistere senza il corpo perché posso concepire l'anima indipendentemente dal corpo dunque per la premessa maggiore l'anima o la mente sussiste indipendentemente dal corpo altrimenti Dio mi ingannerebbe.
Cartesio vuole insinuare che la strada per risolvere tutte le questioni aperte nella prima meditazione è quella della veracità di Dio e quindi tenterà di usare la veracità anche per dimostrare l'esistenza dei corpi. Qualcosa di vero deve esserci anche nei sensi; perché i sensi mi sono stati dati da Dio; mi ingannano sull'essenza dei corpi ma c'è qualcosa che la mia sensibilità mi insegna in un modo tale che io non posso non credere.
Ho una sensibilità che mi serve a qualcosa e mi fa capire di essere strettamente legato a qualcosa.
La similitudine del timoniere della nave è una precisa allusione all'obiezione che gli aristotelici facevano alla dottrina platonica dell'anima.
Il dualismo di Cartesio non è come quello di Platone in cui la mente è una sorta di principio esterno che non ha nessuna comunicazione con il corpo; Cartesio sostiene, invece, che la mente è strettamente unita al corpo. La sensibilità serve a mantenermi in vita, cioè a mantenere in salute l'organismo umano.






I sensi ci ingannano sull'essenza delle cose ma non ci ingannano sul fatto che qualcosa fuori di noi esiste.
Tengo a precisare che bisogna distinguere due dubbi all'interno della prima meditazione: un dubbio sull'essenza dei corpi e un dubbio sulla loro nuda esistenza. Il dubbio sull'essenza dei corpi può essere facilmente risolto con l'intelletto e ci fa capire che i corpi sono soltanto materia estesa, parti di estensione. Il dubbio sull'esistenza dei corpi non può essere risolto dall'intelletto perché Cartesio ha posto il principio secondo cui l'intelletto non dice nulla sull'esistenza dei corpi ma soltanto sulla loro essenza.
Questo secondo dubbio sull'esistenza reale dei corpi sarebbe correggibile se i corpi non esistessero, sarebbe un vero e proprio inganno perché Dio ci da una grande propensione (magna propensio) a pensare che i corpi che i corpi esistono perché ci fa sentire il nostro corpo in maniera strettissima.
La differenza tra l'inganno delle nostre percezioni esterne e l'inganno sull'esistenza reale dei corpi sta nel fatto che il primo è correggibile e quindi è compatibile con la verità divina; il secondo se fosse reale non potrebbe essere corretto; dunque i sensi non ci ingannano su questo punto e contengono qualcosa di vero: cioè che  qualcosa che non è pensiero esiste; è semplice estensione/ materia.
La sensibilità ha due funzioni: una strettamente conoscitiva (farci sapere che il corpo esiste) e una fisiologica (contribuire alla sopravvivenza dell'essere umano che è composto di materie diverse).
Ormai sappiamo che esistiamo mentre pensiamo (cogito ergo sum), che Dio esiste come essere infinitamente perfetto, che l'essenza delle cose materiali è quella di essere parti di estensione, che l'essenza del pensiero è quella di essere una cosa interamente distinta dal corpo, i corpi esistono realmente.
La sesta meditazione contiene un imprevisto- un fuori programma: dopo aver distinto mente e corpo deve far capire com'è possibile che nell'uomo questi siano uniti.
Nel 1641 si apre il problema dell'unione della mente (res cogitans) e il corpo; da questo nasceranno le grandi filosofie post- cartesiane.




La soluzione che offre Cartesio in questa meditazione ha a che vedere con la ghiandola pineale (Cartesio non sostiene che l'anima sta nella ghiandola pineale) una parte del cervello che sta alla base dei due emisferi celebrali. Per Cartesio è l'unica struttura del cervello che non è bipartita e in essa si trova l'unione di tutte le sensazioni. Alla mente basta agire sulla ghiandola pineale per controllare tutto il corpo.
L'ultima questione del testo è relativa al fatto che ogni volta che si pone un fine di un prodotto naturale e che il creatore della natura sia saggio, vengono fuori questioni di teodicea.
Cartesio risponde dicendo che Dio agisce seguendo leggi generali e che non può pensare a ogni singolo caso.
Le Meditazioni finiscono sostanzialmente con un'aporia, non c'è un'altra domanda (a cosa serve la finalità se ci sono questi casi di contro-finalità). Malebranche erige il principio della generalità delle leggi a principio fondamentale della nozione di Dio. Malebranche asserirà che Dio non è in primo luogo buono, onnipotente e scriverà una frase inaudita: " la saggezza rende in qualche modo Dio onnipotente". Il terrore di Malebranche è che si arrivi a un Dio disumano che si identifica con la natura.
La sesta meditazione pone drammaticamente l'alternativa tra un Dio che non è onnipotente ma che in qualche modo mantiene gli attributi umani come la saggezza o la bontà; o un Dio che è pura potenza e saggio.







Ebook di filosofia

lunedì 28 febbraio 2011

| | | 1 commenti




Quinta Meditazione (dell'essenza delle cose materiali e la dimostrazione dell'esistenza di Dio).




Questa meditazione rappresenta un passo in avanti verso la conoscenza di ciò che ancora non si conosce.
Il meditante non sa ancora che cos'è il mondo, se esiste, cos'è il suo corpo e la sua mente perché il cogito ci attesta la nostra esistenza mentre pensiamo ma non dice cos'è nella sua essenza quella cosa che dentro di me pensa.
Perché Cartesio mette insieme l'essenza della materia e un'altra dimostrazione dell'esistenza di Dio?
Per sapere se qualcosa esiste bisogna in primo luogo porsi il problema del suo concetto cioè la definizione o essenza.
Cartesio asserirà che bisogna chiedersi prima quid est che quod est.
Nell'essenza della materia non è necessariamente implicita l'esistenza.
Cartesio in questa meditazione vuol far capire che potrebbe esistere un concetto chiaro e distinto della materia e delle cose materiali anche se queste non esistessero. Una cosa è sapere cosa sono nella loro essenza le cose materiali; altra cosa è sapere se esistono (è il platonismo di Cartesio, potrebbero esistere delle essenze materiali nella mente di Dio senza che esistano nel mondo delle cose materiali corrispondenti alle prime. Dio crea le essenza cioè le verità eterne).


Che cosa sono le cose materiali per Cartesio? Qui si entra nella questione che Cartesio aveva già affrontato non tanto nel testo delle "Regole" quanto nel "Mondo"; i corpi sono essenzialmente delle cose estese, delle parti dell'estensione cioè dello spazio.
La materia per Cartesio è geometrica e corrisponde esattamente allo spazio nel quale i geometri dimostrano i teoremi. I corpi sono solo enti geometrici. Il mondo è soltanto geometria; tutto ciò è necessario per spiegare i fenomeni  corporei della fisica. Cartesio fa piazza pulita delle forme con le quali la scolastica aveva popolato l'universo (ogni oggetto, ente nel mondo è una sostanza, sinolo di materia e forma). Nel pensiero scolastico la materia non poteva esistere senza la forma.
Per Tommaso poteva esistere una forma senza la materia proprio per non negare l'immortalità dell'anima.
Nell'ontologia aristotelica forma e materia sono unite. Ogni oggetto ha la sua forma (principio di vita, organizzazione).
Bisogna tener presente che Cartesio in fisica è un riduzionista cioè cerca di ridurre all'essenziale i principi che spiegano l'intero universo materiale.




L'universo di Cartesio è meccanicistico in cui non c'è bisogno di postulare l'esistenza di entità che organizzano la materia; la materia si organizza da sola (non perché ha dentro di sé un potere magico come supponevano molti filosofi naturalisti del Rinascimento; ma perché segue soltanto le leggi della fisica che per Cartesio si riduce a una sola: il principio di inerzia).
Il sistema solare, tutti i fenomeni e la vita stessa dipendono solamente da fattori meccanici, da semplici aggregazioni meccaniche di particelle di materia.
La sfida di Cartesio, destinata al fallimento era quella di dimostrare che ogni evento naturale dipende dal semplice movimento di parti di materia (la vita per Cartesio non è miracolosa; infatti egli sostiene che tra un sasso, un gatto e il corpo dell'uomo non c'è nessuna differenza strutturale; è sempre la stessa materia organizzata in modo differente; il gatto e il sasso si differenziano per le loro caratteristiche fisiche, l'uomo si differenzia dagli altri due perché oltre al corpo ha anche la mente).
Cartesio in questa meditazione vuole dimostrare che ciò che chiamiamo materia incorporea non è in realtà che estensione geometrica.


Fin qui sappiamo che esistiamo come esseri pensanti e che esiste un Dio verace.
Cartesio vuole dimostrare che l'idea di estensione che abbiamo è innata, chiara e distinta. Essendo innata si impone alla nostra facoltà conoscitiva con la massima evidenza. Basta dimostrare che in noi c'è l'idea innata di estensione e che è chiara e distinta per essere certi che questa idea corrisponde veramente all'essenza delle cose materiali, fermo restando il fatto che ancora non sappiamo se esistono le cose materiali. 
La materia cartesiana è l'opposto di quella scolastica. La materia di Cartesio è chiara e distinta, è una sostanza, esiste e può esistere indipendentemente da un'altra cosa, non ha bisogno di una forma per esistere (questa è la rivoluzione di Cartesio!).
Cartesio in questa sede non esamina se l'idea innata di estensione è stata creata da Dio o se è eterna di per sé.
L'idea  di estensione è innata e costituisce quindi realmente l'essenza delle cose materiali. Nella sesta meditazione si cercherà di scoprire se a questa essenza corrispondono delle cose realmente esistenti. Grazie alla veracità di Dio sappiamo che tutto ciò che concepiamo chiaramente e distintamente è vero! L'evidenza è quindi il criterio della verità!



Nuova dimostrazione dell'esistenza di Dio.

Nel catalogo generale delle prove dell'esistenza di Dio dove collocare questa prova?
Se le prime due prove non appartenevano alla via a priori di Anselmo, questa invece è un tentativo di reinterpretazione della via a priori che Anselmo aveva proposto in epoca medievale prima di essere ridotto a silenzio da Tommaso.
Questa prova parte da una definizione e ne deduce una proprietà dell'ente definito. Cartesio costruisce una vera e propria analogia tra i teoremi matematici e la dimostrazione di Dio.
Così come dalla definizione del triangolo posso trarre una serie di teoremi cioè dimostrare tutte le proprietà implicite in quella definizione; sulla base della semplice definizione di Dio a priori, senza nessun riferimento all'esperienza posso dimostrare che Dio esiste in quanto l'esistenza è inclusa nella definizione.
Questa sarà chiamata da Kant "prova ontologica". 
Più che dalla definizione di Dio si parte da un concetto, pensiero, dall'idea di Dio in termini cartesiani; dal fatto che l'uomo o soggetto meditante sia in grado di pensare, concepire un essere infinitamente perfetto.
Questa prova e la sua collocazione all'interno della quinta meditazione hanno fatto discutere tantissimo gli interpreti di Cartesio in quanto si sono chiesti il motivo per il quale Cartesio ha dovuto fornire una nuova dimostrazione dell'esistenza di Dio.
Nei "Principi di filosofia", clamorosamente quando Cartesio rispolvera le prove dell'esistenza di Dio mette prima quella ontologica e poi le altre come se questa avesse una sua autonomia.
Il sostenitore più importante della totale ininfluenza della prova ontologica per le Meditazioni è Guéroult il quale ritiene che questa prova è stata collocata qui in quanto per funzionare presuppone già il dogma della veracità di Dio perché si fonda sul fatto che se concepisco qualcosa chiaramente e distintamente, questo qualcosa è vero.
A questo punto dimostrare che Dio esiste equivale a dimostrare il teorema di Pitagora ma soltanto se so già che non c'è un Dio ingannatore. Sostanzialmente questa prova è subordinata in quanto  presuppone già il dogma della veracità di Dio!










L'altro grande rivale di Géroult cioè H. Gouhier apostrofava così il rivale:" Se fosse così, caro Gèroult si avrebbe che una dimostrazione di Dio dipenderebbe da un'altra dimostrazione di Dio e quindi non si dimostrerebbe niente, perché se la prova ontologica presuppone la prova della terza meditazione allora non è una vera prova, cioè so che Dio esiste. Se devo già sapere che Dio esiste ed è verace per dimostrare che Dio esiste, è chiaro che si crea un paradosso difficilmente sostenibile.
O la prova ontologica è subordinata alla prima ma allora è una prova sofistica oppure è autonoma da quella della terza meditazione, ma allora perché proporre nella terza meditazione questa prova come l'unico modo per giungere a dimostrare l'esistenza di Dio?
Cartesio non poteva subito partire dalla prova ontologica?
Una proposta per risolvere tale questione viene da Sergio Landucci il quale nel suo volume intitolato " La mente in Cartesio" fa un'analisi precisa di questa prova presente nella quinta meditazione e mostra che tale prova in realtà è ad hominem cioè vale contro un certo avversario che ha una determinata posizione che io accolgo provvisoriamente e sulla base della quale dimostro ciò che voglio dimostrare.
Cartesio si rivolge ad un eventuale ateo matematico il quale ritiene che la matematica è vera di per sé.
Questa prova è separata da quella della terza meditazione, è autonoma nel senso che ha una sua struttura concettuale epistemologica diversa.
A favore dell'argomento ontologico sono: Cartesio, Spinoza, Leibniz; contro, Hume, Kant e l'empirismo.
Infine è necessario asserire che Cartesio ritiene l'argomento ontologico valido!





Ebook di filosofia

sabato 26 febbraio 2011

| | | 6 commenti



Quarta meditazione (del vero e del falso).


Il senso di questa meditazione è quello di rispondere alla domanda che il meditante si pone e che sorge spontanea una volta che si è asserito positivamente che Dio esiste e che è verace e non ci inganna.
Se Dio non ci inganna perché ogni tanto ci inganniamo?
Il modo in cui Cartesio affronta questo tema è molto particolare in quanto si riappropria di alcune tipiche dottrine scolastiche e ne presenta delle nuove.
Cartesio si riappropria di quello che gli scolastici avevano già sostenuto da secoli per rispondere a una domanda simile posta non tanto sul piano conoscitivo quanto su quello morale (l'uomo ogni tanto pecca e questo com'è compatibile con l'esistenza di un dio buono?). Il problema del peccato diventa in Cartesio il problema dell'errore conoscitivo.
In altri termini, la quarta meditazione, si pone un problema di teodicea (termine coniato da Leibniz nel 1710 con la sua opera intitolata "Saggi di teodicea") cioè di giustificazione di Dio di fronte a qualcosa che sembra ledere i suoi attributi.
Come avevano risposto i teologi a questa questione?
Agostino si trovava a lottare entro due estremismi che voleva sconfiggere: 
1) il manicheismo cioè l'idea che dato che Dio è buono, il male che è presente nel mondo non può dipendere da lui ma deve esserci un principio del male nel mondo così come c'è un principio del bene. Da qui la famosa mescolanza di bene e di male.
2) il pelagianesimo, risponde alla domanda: Se Dio è buono perché c'è il male? sostanzialmente dando la colpa all'uomo il quale è libero quindi interamente indipendente da Dio e può seguire il bene e guadagnarsi la beatitudine eterna e la grazia di Dio oppure peccare e venire punito.
Agostino si colloca in mezzo a queste due posizioni in quanto vuole tutelare l'onnipotenza di Dio, cioè l'idea che a Dio nulla sfugge e che tutto dipende da lui; e che non può esserci un altro principio oltre a Dio.
La risposta di Agostino era giocata su due dottrine che saranno riprese anche da Cartesio:
1) sostenere che il male ovvero il peccato non ha una realtà positiva perché ovviamente se il male avesse una realtà positiva, Dio ne sarebbe l'autore essendo onnipotente. Il male non è una realtà ma un difetto di realtà, è una mancanza  di realtà e quindi non dipende da Dio.Cartesio nella quarta meditazione riprende esattamente questa posizione.
2)il male non è negazione ma privazione di realtà. Tutti gli esseri finiti, imperfetti mancano di qualcosa(es. non sanno volare); privazione è la mancanza di una perfezione che si dovrebbe avere data l'essenza.
Cartesio fa un'affermazione impegnativa: è Dio che mi ha creato con questa facoltà sottoposta all'errore. Il male è concepito come funzionale al bene.



La vera risposta di Cartesio alla domanda "Perché se Dio è verace, ci inganniamo? consiste in una nuova dottrina dell'intelletto e della volontà umana.
Per gli scolastici l'intelletto è la nostra facoltà conoscitiva e da questo dipende l'organizzazione delle nostre conoscenze.
La volontà ha nella scolastica una funzione puramente morale  cioè riguarda le mie azioni in quanto rivolte o al bene o al male. Cartesio rifiuta questa concezione e a partire dalle Meditazioni sostiene che i giudizi conoscitivi (il giudizio è una proposizione in cui si attribuisce un certo predicato a un certo soggetto) non sono opera dell'intelletto ma della volontà. Il giudizio implica una scelta! La conoscenza per Cartesio è qualcosa di volontario, di attivo, libero. L'intelletto è passivo, secondo Cartesio.
Noi possediamo due facoltà:
1) intelletto (capacità di avere dei contenuti conoscitivi da qualunque parte vengano) è finito in quanto ci sono limiti naturali.
2) volontà la quale è senza limiti, infinita perché non è capacità di avere o non avere una certa idea ma è la facoltà di dire si o no.
I problemi per l'uomo nascono dalla sproporzione di queste due facoltà!
Il tema della libertà sarà la soluzione della quarta meditazione. L'errore dipende dalla libertà dell'uomo, siamo noi che utilizziamo male le facoltà in sé ottime che Dio ci ha dato, ma saremmo liberi di fare diversamente. Qui Cartesio per la prima volta, tocca nella sua opera il tema del libero arbitrio.
Questo tema  era uno dei punti di massima discussione tra cattolici e protestanti in quanto si ritornava al problema posto da Agostino e Pelagio. I due partiti in lizza in ambito cattolico erano i giansenisti e gesuiti.


I gesuiti erano un po vicino a Pelagio, attenti all'atto umanistico mondano dell'esperienza religiosa e sostenevano che l'uomo è indifferente nelle sue scelte nel senso che può scegliere questo o quello, non è determinato da una sola scelta tra quelle che gli si presentano.
Per i giansenisti (rigorosi, seri, quasi calvinisti come atteggiamento mentale) valeva una rigorosa predestinazione, l'uomo non è libero ma è uno strumento di Dio e questo predestina la dannazione ad alcuni uomini e ne salva una piccola parte di eletti; perché Dio ha voluto così per motivi del tutto imperscrutabili.
Cartesio utilizza entrambe le definizioni di libertà che andavano di moda al suo tempo. Per i giansenisti la libertà era concepita come l'adesione spontanea al bene; per i gesuiti la libertà era indifferenza cioè capacità di scelta, sono libero di scegliere.
Cartesio colloca queste due dottrine della libertà in due contesti conoscitivi diversi (quella dei giansenisti viene collocata di fronte a un contesto di evidenza razionale e lo dice esplicitamente: l'evidenza è come la grazia di Dio). Di fronte all'evidenza la volontà non è indifferente, aderisce spontaneamente al vero. Di fronte a conoscenze oscure (tutto ciò che deriva dai sensi) la libertà è capacità di dire si o no. Questa è la ripresa dell'indifferenza gesuitica. 
L'errore dipende da una mia scelta e quindi dalla mia volontà; io ne sono responsabile.
In conclusione, si può asserire che nella quarta meditazione si dimostra aposteriori che la veracità di Dio è compatibile con il fatto che ogni tanto gli uomini errano.
La risposta di Cartesio è che gli uomini errano per colpa loro e usano male le facoltà in sé ottime che hanno ricevuto da Dio.







Ebook di filosofia

venerdì 25 febbraio 2011

| | | 1 commenti




Terza Meditazione ( Esistenza di Dio).


E' il fulcro di tutta l'opera. La sfida di Cartesio è ufficialmente quella di combattere l'ateismo, ma lo scopo reale e filosofico dell'opera è un altro : occorre dimostrare l'esistenza di Dio perché soltanto cosi si può dare un fondamento di verità alla conoscenza umana. Il sapere del cogito è limitato (dice solo che io esisto mentre penso).
Nella filosofia di Cartesio si fa chiara e netta l'identificazione tra pensiero e coscienza. Pensare significa essenzialmente essere coscienti dei vari contenuti che si presentano alla nostra mente (nelle Meditazioni non è presente questa definizione).Il cogito è importante in quanto primo principio in quanto mette a fuoco la mia esistenza in quanto essere cosciente. La coscienza è l'unica cosa che hanno in comune tutti i miei stati cognitivi.
Il cogito è la via di uscita dalla sottrazione della seconda meditazione; dal punto di vista della scienza o anche della semplice conoscenza delle cose lascia a "digiuno". So di esistere io stesso mentre penso, è una conoscenza che non ha ancora un oggetto; è semplice auto- conoscenza del soggetto pensante. Il cogito, in altri termini, è ciò che mi fa pensare. Io sono un soggetto pensante.
La sfida è cercare qualcosa di diverso da me, con la stessa certezza con cui mi conosco esistente. Cartesio ha programmaticamente rifiutato ogni conoscenza che non avesse il crisma dell'evidenza razionale.
Cartesio ritiene che l'evidenza deve avere come suo garante Dio. Bisogna dimostrare che esiste un Dio verace non ingannatore.




Cartesio non è il primo filosofo che si è posto la questione dell'esistenza di Dio. Le prove per dimostrare l'esistenza di Dio diventano un topos cioè un luogo canonico di ogni metafisica e teologia a partire dal Medioevo ( S.Tommaso codificherà cinque vie tutte a posteriori le quali saranno opposte a quelle elaborate da Anselmo).
Le vie di S.Tommaso sono tutte a posteriori ossia partono dall'esperienza/dal mondo/ dagli effetti per risalire alla causa di questi cioè a Dio stesso.Sono prove di tipo causale. La quinta via elaborata da Tommaso si differenzia da tutte le altre in quanto la causa che si cerca è quella dell'ordine della natura; in questo caso Dio è dimostrato sulla base del finalismo naturale.
La prova di Anselmo era a priori e si insediava direttamente nell'essenza di Dio senza preoccuparsi di come sia fatto il mondo e trae la conclusione: Dio esiste dalla sua semplice definizione, quella che poi quasi mille anni dopo sarà chiamata dal filosofo Kant "prova ontologica"(parte dalla semplice definizione di Dio come essere dotato della massima perfezione di cui non si può immaginare niente di più grande in quanto tale non può essere privo dell'esistenza).
Cartesio scoprirà che ci vogliono degli elementi della prova di Anselmo e di Tommaso.
Sicuramente Cartesio non poteva fare affidamento alle cinque vie di S.Tommaso in quanto le aveva precluse con la sua strategia filosofica.
La mossa di Cartesio è quella di fare a meno delle prove tomiste!
Cartesio non parte neppure dalla prova ontologica,( la quale sarà presente nella quinta meditazione) in quanto non è altro che la deduzione della proprietà di un ente: Dio a partire dalla definizione di questo ente. Dio è l'essere dotato di tutte le perfezioni, l'esistenza è una perfezione/proprietà dunque Dio ha l'esistenza o proprietà di esistere; dunque Dio esiste.
Cartesio cercherà una strada che possa essere solo sua!
Per dimostrare che Dio esiste si parte dall'unica cosa che sappiamo con certezza ovvero il fatto che noi esistiamo mentre pensiamo. In altri termini, si può asserire che la strada partirà dal cogito.
Già nelle "Regole" Cartesio aveva in qualche modo prefigurato questa dimostrazione perché oltre al cogito ergo sum aveva inventato un'altra formula "cogito ergo sum, sum ego deus est"! Io esisto, dunque Dio esiste.
La regola generale che Cartesio ne deduce è che tutte le cose che noi concepiamo molto chiaramente e distintamente sono vere.


All'interno della terza meditazione, ad un certo punto, Cartesio si pone il problema di fare un catalogo dei pensieri-idee. Nel pensiero ci sono due cose: la mia consapevolezza, coscienza di avere una certa rappresentazione e un certo contenuto rappresentativo.
Tutti i pensieri che hanno un contenuto e che rappresentano qualcosa sono chiamati da Cartesio: idee (questa definizione vale solo per le Meditazioni !). In tutto il resto della sua opera, Cartesio, utilizza il termine idea in modo diverso: le idee sono tutti i pensieri della mente.

Prima di Cartesio l'idea era il modello che Dio nel suo intelletto aveva per le cose che poi avrebbe creato (dottrina platonica); è Cartesio che trasferisce le idee nell'uomo.
Noi troviamo Dio indagando il contenuto rappresentativo delle nostre idee.
Prima di arrivare alla dimostrazione di Dio vera e propria, Cartesio tenta una strada alternativa che è poi rimasta molto famosa: la tripartizione delle idee 
1) innate come la facoltà di pensare. Tra queste si trova l'idea di Dio.
2) avventizie le quali vengono dall'esterno, sono ad esempio tutte le mie sensazioni ( chimere, ippogrifi)
3) fattizie (artificiali cioè create da noi) e sono tutte le mie fantasie (chimere, ippogrifi)
Questa divisione non porterà a nulla! L'idea di Dio è innata; questa è la fine della dimostrazione e non il presupposto della dimostrazione. Cartesio vorrà dimostrare che se abbiamo in noi l'idea di Dio, questa può essere stata messa in noi solo da Dio stesso (l'ha messa in noi fin dalla nascita).
Secondo Cartesio in ogni idea sono presenti due livelli ontologici ossia due modi in cui l'idea esiste e che può essere considerata:
1) realtà formale: è l'idea in quanto stato della mia mente, è un contenuto della mia coscienza. E' l'idea in quanto è pensata da me, è che cos'è l'idea nella realtà. Da questo punto di vista le idee sono tutte uguali. Si parla di realtà formale in quanto mi dice qualcosa sulla forma cioè sull'essenza dell'idea.
2) realtà oggettiva: è ciò che l'idea contiene come contenuto rappresentativo. Si parla di realtà oggettiva nel senso scolastico dove l'oggetto è l'obiectum ciò che mi viene in qualche modo gettato davanti agli occhi, ciò che vedo di quell'idea; cioè ciò che l'idea rappresenta. Nel contenuto rappresentativo di un'idea si troverà Dio.



Mi rappresento Dio come un essere infinito e a questo punto si pone il problema di sapere se io sono in grado di creare l'idea di Dio così come sono in grado di creare l'idea di ippogrifo.
La risposta di Cartesio a questa domanda è: No! in quanto io sono un essere finito!
Che cos'è Dio? E' una sostanza infinita, onnipotente che trascende la mia esperienza. Io non possiedo gli strumenti conoscitivi per creare l'idea di Dio. La scoperta di Cartesio è che in me è presente un'idea di infinito. Chi l'ha messa in me se sono finito? E' stata messa in me da una sostanza che è veramente dotata della proprietà di essere infinita.
In termini scolastici soltanto un essere che sia nella sua realtà formale, cioè, nella sua essenza infinito può creare una rappresentazione di sé che sia in qualche modo valida e verace. Soltanto Dio può creare l'idea di Dio.
Le idee per Cartesio sono cose reali in qualche modo; sono atti di pensiero e hanno un certo contenuto.
Il concetto dell'infinito è positivo, non è la negazione del finito.
Dio è ciò che non conosco, è diverso da me.
L'idea di Dio è originaria cioè viene prima di qualsiasi altra idea e anche del cogito; è positiva e sommamente chiara e distinta perché è la fonte di ogni conoscenza.
Cartesio rivoluziona l'epistemologia teologica occidentale asserendo che Dio è un'idea chiara e distinta!
L'idea di Dio deve essere chiara e distinta perché questo Dio deve servirci a qualcosa. Soltanto se conosco Dio razionalmente, posso stabilire con la massima certezza che non ci inganna.




Nella terza meditazione è presente un altro argomento per dimostrare l'esistenza di Dio il quale è fondato comunque sull'idea di Dio. I due argomenti partono entrambi dal fatto che io possiedo l'idea di un essere infinitamente perfetto e lo posso pensare. Possedere l'idea di Dio significa essere in grado di pensare l'infinità di Dio; questo possesso deve essere considerato come una capacità / facoltà, come qualcosa che in potenza sta nella mia mente. 
Cartesio non sostiene che noi continuamente pensiamo all'infinito o a Dio e che nasciamo con questo pensiero fisso nella testa. L'innatismo di Cartesio come quasi tutti gli innatismi nella storia della filosofia da Platone in poi è un innatismo virtuale, di capacità come quello di Socrate che nell'opera intitolata "Menone" fa ricordare allo schiavo il teorema di Pitagora.Lo schiavo come tutti gli esseri umani ha in sé la potenzialità intellettuale che gli permette di dimostrare il teorema di Pitagora.
Qualsiasi essere umano dotato di ragione è in grado di pensare l'infinità.
Il secondo argomento per dimostrare l'esistenza di Dio è diverso dal primo in quanto più che chiedersi in questo caso la causa dell'idea di Dio/dell'infinito che c'è in me; il meditante si chiede la causa della sua esistenza in quanto essere capace di pensare l'infinità di Dio. Chi mi tiene in essere?(domanda ontologica causale). La filosofia scolastica rispondeva con un argomento/ tesi denominata "creazione continua". Anche per la metafisica scolastica e per Cartesio l'intero universo decadrebbe ad ogni istante nel nulla se Dio non lo ricreasse a ogni istante; cioè il potere creativo di Dio tiene in essere l'intero universo. Questa è una tesi obbligata perché se si ammettesse che una volta creato il mondo questo possa andare avanti da sé  con una causalità autonoma, si lascerebbe supporre che di questa creazione da parte di Dio non ci sia stato molto bisogno; il mondo poteva esistere sempre da sé.





Cartesio si impossessa di questa dottrina e sostiene reinterpretandola alla luce dell'itinerario delle Meditazioni che chi mi tiene in vita- in essere ad ogni istante è colui che soltanto che mi può dare l'essere (un essere dotato di una potenza infinita tale da mantenere in vita o in essere una mente come la mia che è in grado di pensare l'infinità). Ricapitolando:
Il secondo argomento dimostra l'esistenza di Dio dalla domanda: "Chi mi tiene in essere ad ogni istante, io che penso Dio"? A Cartesio non basta dimostrare che esiste un Dio qualsiasi perché vuole dimostrare che esiste un Dio che corrisponde a un preciso concetto cioè all'idea di un essere infinitamente perfetto; solo questo Dio può servirmi a qualcosa: a costituire la garanzia/ il fondamento stesso della conoscenza umana. Entrambi gli argomenti si fondono sul fatto che io ho in me l'idea di un dio e che non potrei avercela se Dio non esistesse veramente.
Cartesio nella terza meditazione asserisce: Ho l'idea di Dio dunque deve esserci una causa di questa idea e tale causa deve avere abbastanza perfezione da produrre quell'effetto.
In altri termini, significa che se c'è un effetto necessariamente deve esserci una causa di questo perché il nulla non può causarlo.
Il principio di causalità si può enunciare anche nella forma: il nulla non ha proprietà o dal nulla non si fa nulla. Il principio di causalità diventa l'ossatura dell'essere; non solo dell'essere creato ma anche di Dio.
Cartesio dirà che Dio è causa di sé stesso (causa sui).
Il dubbio della prima meditazione non investe né i principi logici come il principio di non contraddizione, né il principio di causalità e secondo Cartesio appartiene al lume naturale.
Se non ci fosse il lume naturale non si potrebbe dedurre l'esistenza di Dio. Il lume naturale non è creato da Dio, anzi, Dio stesso è sottoposto a questo in quanto vive nel regime della causalità. Il filosofo David Hume fece una polemica contro il principio di causalità il quale è il principio fondamentale di tutta la metafisica moderna da Cartesio fino a Kant.





Ebook di filosofia

giovedì 24 febbraio 2011

| | | 1 commenti










Seconda Meditazione ( La mente umana e come la si conosce meglio che i corpi).


La seconda Meditazione inizia con la constatazione di questa tabula rasa che il meditante ha davanti agli occhi. Ha un inizio drammatico.
La via di uscita da questo mare di dubbi, che è stato sollevato in precedenza, è il famoso "cogito ergo sum" ( tengo a precisare che questa espressione non è presente nel testo delle Meditazioni, dove al contrario si trova l'espressione "ego existo, ego sum").
L'importanza del cogito è data dal fatto che esso rappresenta l'unica proposizione che resiste a ogni tipo di dubbio, è infalsificabile, nasce dalla sua stessa negazione (se dubito di esistere mentre penso, il fatto stesso di dubitare è prova evidente di esistere). Il cogito è anche la prima verità che troviamo (verità nel senso cartesiano, cioè qualcosa di cui non si può dubitare).Verità nel pensiero cartesiano significa corrispondenza tra ciò che pensiamo e la realtà delle cose.
Inoltre, bisogna tener presente che il soggetto pensante è la fonte di ogni conoscenza, è ciò da cui si parte, è la prima verità della filosofia.




Nel testo delle "Regole" il soggetto pensante aveva davanti a sé le nature semplici, le verità matematiche e quindi un oggetto precostituito. Qui questo oggetto non c'è più, è stato smantellato con la tesi del Dio ingannatore. Questa operazione di sottrazione e smantellamento dell'oggetto ha come scopo filosofico quello di far emergere la priorità del soggetto sull'oggetto.
La prima certezza è che io esisto. Lo scopo che Cartesio si propone  è unire l'evidenza e la verità che lui stesso aveva drammaticamente scisso all'interno della prima Meditazione.
Adesso si scopre che c'è almeno una proposizione nella quale evidenza e verità si uniscono. Il cogito è evidente in quanto si presenta alla mia mente con la massima chiarezza e distinzione, è anche vero in quanto per pensare bisogna esistere. In questo senso per Cartesio il cogito ergo sum è il primo principio della filosofia ( questo viene asserito nell'opera intitolata "Discorso sul metodo" e non nelle "Meditazioni").
Il cogito è il primo principio in quanto tutti gli altri possibili oggetti della conoscenza sono stati smantellati nella prima meditazione.
Che Dio esiste lo si saprà nella terza meditazione,adesso sappiamo che io esisto , non posso non esistere mentre penso.
Il cogito è il primo principio nel senso epistemologico conoscitivo dell'espressione; Cartesio non divinizza l'io, non assolutizza il soggetto. Il soggetto di Cartesio è primo nel senso che è la prima cosa che conosco con verità.
In termini cartesiani si conosce prima la mente umana rispetto al corpo. Un cartesiano coerente che parla chiaramente dovrebbe asserire che non soltanto la mente è più facile a conoscersi che il corpo, ma che la mente è più facile a conoscersi che Dio perché so di esistere ancora prima di sapere se Dio esiste. Dio potrebbe non esistere, ma io esisto mentre penso.
So anche che cosa sono io che penso?

Cartesio sembra fornire due risposte diverse a questa domanda proprio all'interno della seconda meditazione.
Nel "Discorso sul metodo" (nella quarta parte dove c'era un riassunto anticipato delle "Meditazioni"), aveva asserito: "Penso dunque sono e sono una sostanza pensante, ciò di cui sono fatto è pensiero e non ha niente a che vedere con il corpo" (spiritualismo-- tesi secondo cui esistono degli esseri che sono soltanto pensiero e che quindi possono esistere indipendentemente dal corpo). Lo spiritualismo  non è necessariamente immaterialismo (non esistono corpi, non esiste la materia e tutto ciò che esiste è immateriale ovvero spirito/pensiero. Tengo a precisare che tutti gli immaterialisti sono spiritualisti ma non tutti gli spiritualisti sono immaterialisti!
L'immaterialismo è una posizione assolutamente inaudita nella storia della filosofia prima di Cartesio ma che conosce un certo successo nel '700 e non in pensatori di secondo ordine ma in Berkeley, Leibniz e Newton.
Nella sesta meditazione, Cartesio dovrà dimostrare l'esistenza dei corpi (cosa che non è mai stata fatta da nessun filosofo).
Ritornando alla domanda: "So anche che cosa sono io che penso"?, Cartesio nella seconda meditazione fornisce due risposte apparentemente contraddittorie che hanno provocato ampi dibattiti.
1) non so che cosa sono;
2) so che cosa sono
Cartesio allude alla famosa tesi di origine epicurea /stoica  dell'anima come materia ignea estremamente sottile che pervade l'intero corpo (concezione materialistica dell'anima). All'anima veniva attribuita la vita e si pensava che la vita dipendeva da questo fluido sottile di materia.
Per Cartesio la vita non dipende dall'anima e dalla mente ma è un fatto puramente meccanico. Vuole isolare l'essenza della mente/ del pensiero come nel caso di Dio e ritiene che per isolarla debba eliminare dal pensiero qualsiasi riferimento al corpo.
Il corpo dell'uomo per Cartesio è una macchina idraulica in cui il cuore è una sorta di motore dell'intero organismo che scalda il sangue e lo spinge nel sistema circolatorio.
La scoperta di Cartesio è che il pensiero- la mente non è diffuso/a nel corpo.


Negando che esista un corpo, l'unica cosa che posso asserire  è che io esisto mentre penso. Io esisto proprio in quanto pensiero, io sono pensiero!
Dato che esisto soltanto mentre penso, se non pensassi più non esisterei.
In altri termini, si può proferire che sono una res cogitans (sostanza pensante).
Le due risposte fornite da Cartesio possono essere conciliate sostenendo che la prima affermazione (non so che cosa sono) è l'unica compatibile con la struttura logica delle "Meditazioni".
La risposta più coerente che Cartesio può fornire alla questione "so che cosa sono" è: non so ancora con certezza che cosa sono, per quanto ne so sono soltanto pensiero.
L'immaterialismo (ciò che mi appare come diverso da me in realtà è una proiezione del mio pensiero) e il materialismo (tutto è materia, compreso il mio pensiero) sono ipotesi ancora aperte.
La res cogitans che appare in questa meditazione non è corrisponde ancora alla sostanza pensante del "Discorso sul metodo", ma è ancora semplicemente una cosa che ha la proprietà di pensare. Non so ancora che cosa sia la res cogitans nella sua essenza.
Bisogna tener presente che l'ipotesi del Dio ingannatore è ancora aperta.
Il cogito resiste all'ipotesi del Dio ingannatore ma non l'abbatte.







Forum filosofico

Mettiti alla prova con il quiz filosofico

Indovinate le opere dei filosofi!!

Indovinate che filosofi sono!

Costruite il simbolo della filosofia!

Puzzle filosofico

Puzzle di Nietzsche!

Il puzzle di Schopenhauer!

Puzzle di un dipinto filosofico!

Il puzzle di un aforisma