" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche
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L'ermeneutica di Skinner (parte 22)

martedì 10 maggio 2011

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E' una polemica contro lo storico e predecessore di Skinner: Sir Joffrey Elton. Skinner polemizza contro questo in quanto rappresenta la vecchia scuola della storiografia cioè quella empirista britannica per la quale la storia è essenzialmente accertamento dei fatti storici.
Skinner mostra in un certo senso che i fatti storici allo stato puro non esistono o meglio i fatti dipendono dalla maniera in cui noi interroghiamo la storia (qui viene fatto l'esempio del castello di Chatsworth).
La stessa nozione di fatto storico non è una cosa basilare, un enunciato protocollare ma dipende dal mio obiettivo della ricerca storica.
In generale, si può asserire che questa è una polemica in nome della nuova storia contestualistica e della storia della mentalità che Skinner difende contro le obiezioni di Elton (come si fa a studiare la mentalità di un'epoca? Non è un fatto!).

L'ermeneutica di Skinner (parte 21)

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Fino agli anni '70 Skinner era convinto che si potesse cambiare il significato valutativo dei termini manipolando il lessico (esempio il mercante e banchiere; il comportamento del mercante può essere descritto come avarizia o parsimonia, nel primo caso il termine valutativo è negativo, nel secondo è positivo).
Il mutamento concettuale e sociale ha portato un'intera società a definire come virtù quello che prima era descritto come un vizio.
Si è passati da un termine valutativo negativo a uno positivo.
Skinner dice che quando si è immerso nello studio dei teorici antichi dell'eloquenza cioè i retorici (Aristotele, Cicerone e Quintiliano) si è reso conto che questo mutamento concettuale che è anche un mutamento di valutazione si poteva ottenere in una maniera diversa; non attraverso la manipolazione ma attraverso una tecnica che era ben nota agli antichi e che Skinner chiama "ridescrizione retorica".








Su che cosa si basa questa?

Bisogna riesumare un concetto tipico della morale antica e sopratutto della morale aristotelica; secondo quest'ultima ogni virtù è il punto di mezzo tra due estremi opposti che sono entrambi vizi (esempio virtù della generosità avarizia e prodigalità). Sono una questione di giusto mezzo. La morale aristotelica ha dominato per millenni.
Il retore cioè l'oratore (colui che parla in pubblico esempio Demostene e Cicerone) è capace di persuadere il pubblico, il suo uditorio non in base alla conoscenza scientifica in quanto altrimenti sarebbe uno scienziato o filosofo ma facendo leva sulle "passioni dell'uditorio".
L'avvocato ad esempio è un retore non è tenuto a una presentazione scientifica della verità dei fatti. Anche il politico è un retore.
Una situazione classica/tipica del discorso retorico è la ridescrizione retorica cioè quando il retore o oratore ridescrive un vizio come una virtù o viceversa perché vizi e virtù sono tra loro vicini.







Perché è possibile ridescrivere un vizio in una virtù e viceversa? Proprio perché vizi e virtù sono tra loro vicini basta spostare il punto medio da una parte o dall'altra e così si ottiene la ridescrizione retorica.
Skinner riporta esempi da Aristotele e Quintiliano e infine è presente un esempio tratto da Nietzsche il quale descrive come è nata la morale cristiana.
I cristiani rivolgendosi ai più umili, schiavi e non al superuomo hanno finito per santificare e trasformare in virtù proprio le debolezze e le miserie dei poveri. Hanno trasformato l'impotenza (è il peggior difetto che secondo Nietzsche l'uomo può avere) in umiltà davanti a Dio e ne hanno fatto il cardine della morale cristiana.
Secondo Skinner, Nietzsche, non ha fatto altro che mostrare in azione una tecnica di ridescrizione retorica.
Un vizio viene descritto come una virtù, un difetto come un pregio.
Nietzsche presenta la ridescrizione retorica fatta dai cristiani come una fabbrica di menzogne.

L'ermeneutica di Skinner (parte 20)

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Il metodo di Skinner e la sua maniera di fare storia sono incentrati sulla documentazione linguistica. Noi letteralmente quando facciamo storia del pensiero, facciamo storia dei testi scritti cioè lavoriamo su documenti linguistici.
I grandi maestri di Skinner sono stati Wittgenstein, Austin e Searle. D'altra parte, Skinner, a differenza dei filosofi del linguaggio è uno storico. Lo storico aggiunge una dimensione in più allo studio del linguaggio ed è la "dimensione storica temporale" cioè si ritiene che il linguaggio ha un'evoluzione.
Mentre il filosofo analitico tende a considerare il linguaggio dal punto di vista logico (lo fissa nelle sue caratteristiche logiche che sono permanenti e non cambiano da un linguaggio all'altro se consideriamo il linguaggio occidentale tradizionale); lo storico, invece, si rende conto che il materiale sul quale lavora non ha una fissità logica ma ha una dinamica evolutiva e storica.
Questa dinamica evolutiva e storica è legata/correlata/connessa anche all'evoluzione sociale (cioè evoluzione della società).







Il linguaggio ha una duplice dimensione: storica e sociale le quali sono legate nel tempo e conoscono una loro specifica evoluzione.
C'è un mutamento del linguaggio e un mutamento della società.
Skinner in questo saggio solleva alcuni interrogativi:

1) di carattere generale riguarda il linguaggio stesso, cioè noi siamo abituati a considerare il significato della parole termine a termine (esempio: quando noi troviamo in una società, in un'epoca storica la parola arte/religione/politica, ci interroghiamo sul significato di quella parola in quell'epoca o società  "Che cos'era l'arte per gli egiziani?).
Ci rendiamo conto immediatamente che anche noi ad esempio abbiamo un'arte ma il significato della parola arte è cambiato.
Siamo naturalmente persuasi che il significato delle parole cambia nel tempo ma molte volte ci limitiamo a considerare il significato delle parole isolatamente.
Skinner invita a considerare che non solo cambia il significato della singola parola o del singolo concetto ma cambiano anche i rapporti tra questo significato e altri significati all'interno del discorso.








Skinner asserisce che noi dobbiamo considerare il linguaggio e il significato delle parole in una "prospettiva olistica" e a questo proposito critica Williams e il suo libro intitolato "Key Words" e dice che questo ha trascurato l'aspetto olistico del linguaggio. Il termine olistico viene dalla parola greca olos= tutto/intero.
Noi dobbiamo considerare il significato dei termini in una prospettiva olistica cioè non singolarmente ma nella globalità del linguaggio.
Skinner, successivamente, fornisce alcune raccomandazioni utili: sottolineatura degli usi del linguaggio il quale è essenzialmente uno strumento che corrisponde a determinati usi.
Il campo di riferimento è il campo di applicazione del termine conoscere.
Afferrare il significato e il riferimento della parola.








2) L'altro interrogativo sollevato in questo capitolo è il rapporto tra mutamento linguistico e sociale cioè quale sia la causa e l'effetto.
Ci sono delle teorie le quali ritengono che la causa del mutamento linguistico è il mutamento sociale e che fondamentalmente i mutamenti del linguaggio sono determinati dai mutamenti della società.
Basta studiare la storia della società per capire perché e come il linguaggio è cambiato. La tesi di Skinner è che questa spiegazione è troppo univoca e semplicistica cioè troppo pluridirezionale.
Secondo Skinner, in realtà i processi non sono unidirezionali ma bidirezionali cioè la causalità è reciproca; cioè molte volte gli uomini sono costretti a cambiare il linguaggio per rendersi accettabili alla società nella quale vivono.
Non è solo la società che cambia il linguaggio ma è anche un cambiamento del linguaggio che finisce per cambiare la società.

Esempio di Skinner: evoluzione tipica che è legata sia nel linguaggio sia nella società alla nascita di figure moderne come quella del mercante e del banchiere cioè figure borghesi per eccellenza che nascono in Italia fra il 300 e 400 e poi in Europa tra il 400 e il 500.
Nell'Europa del Medioevo sul banchiere gravava una pesante condanna morale in quanto il far pagare un interesse sul capitale era una forma di usura; quindi il banchiere era essenzialmente un usuraio.
Sul mercante non gravava questa condanna in quanto comprava merci e vendeva.
L'etica del mercante è basata sul calcolo, sull'economia, sul risparmio ed è tenuto a comportarsi secondo dei principi di stretta e rigida economia.
Nell'Europa dell'ancient regime la figura sociale più elevata è il nobile che non vive secondo i principi dell'economia infatti spende di più di ciò che guadagna. Il nobile considera l'economia un'avarizia/una meschinità, invece, lo spendere e spandere è considerato come un segno di generosità e di potenza.





La figura del banchiere e del mercante sono importanti e emergenti nella storia, hanno un'enorme difficoltà a farsi accettare dai valori dominanti della società del loro tempo; hanno bisogno di esprimere un discorso cioè un linguaggio che descriva la loro attività non come vizi o peccati ma come qualità positive.
Esaminando l'ascesa di queste due figure chiave, vediamo che il loro linguaggio è influenzato dalla società, cioè su di loro grava la condanna religiosa o morale/sociologica della società del loro tempo ma al tempo stesso producono un linguaggio di giustificazione delle loro attività che poco alla volta trasforma la società del loro tempo.
Alla fine del 700 sono figure pienamente accettate e le commedie del Goldoni sono diventate una satira della nobiltà (l'autore è più dalla parte del mercante che non quella del nobile).
Il linguaggio prodotto dal mercante per secoli ha finito per rovesciare i valori, portatore di una morale plebea, ristretta e disprezzante e il nobile era invece di grande animo.
Quello che era un valore è diventato un disvalore; quello che era un vizio è diventato un valore.





C'è un'interazione reciproca tra pratiche sociali e lessico. Non sono solo le pratiche che creano il lessico ma è anche il lessico che rende accettabili e quindi rafforza, consolida le pratiche sociali.
Il metodo praticato da Skinner è diventato una vera e propria scuola storiografica!

L'ermeneutica di Skinner (parte 19)

lunedì 9 maggio 2011

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Predominano le differenze!
1) concetto di ermeneutica: Skinner non adopera la parola ermeneutica ma parla costantemente di interpretazione e da un punto di vista letterale è la stessa cosa (ermeneutica=interpretazione). Mentre Gadamer aveva esteso il concetto di ermeneutica; Skinner lo fa ritornare al suo significato originario più ristretto, più limitato cioè interpretazione dei testi e dei documenti del passato. 
Si ha una concezione dell'interpretazione meno globale, metafisica di quella di Gadamer.
Skinner vuole ritornare all'esperienza dell'interpretazione dei testi.






 2)  Per Gadamer in "Verità e metodo" interpretare=comprendere e interpretare coincide con l'esistenza stessa. L'esistenza dell'uomo, per Gadamer, è tutta un interpretare. Con Skinner si ha una differenza importante ma se si vuole si può avere un punto di contatto.
Skinner non fa un discorso sull'esistenza dell'uomo nella sua globalità. Per Skinner l'interpretazione è un'attività dell'esistenza umana e non l'attività dell'esistenza umana. L'esistenza umana è più ricca dell'interpretare.
Tra Skinner e Gadamer ci può essere un punto di contatto: per Skinner una delle fonti principali è Wittgenstein (la filosofia analitica anglosassone ha due padri: Moore e Wittgenstein) il quale veniva da una famiglia più in vista dell'impero austroungarico. Fece studi di ingegneria, poi, scoprì la passione per la filosofia.
Decise di andare a studiare a Cambridge e aveva come maestro Moore.
In Wittgenstein ci sono due fasi: la prima è quella del Tractatus. E' una fase neopositivistica; mentre la seconda fase inizia con la filosofia analitica e rinuncia di fondare una filosofia della scienza potente e si sofferma sull'analisi del linguaggio ordinario e non su quello scientifico.






Wittgenstein elaborò il concetto di "forme di vita" o sfere di vita partendo dall'analisi del linguaggio ordinario. Il linguaggio, secondo il "secondo" Wittgenstein, non deve essere considerato isolatamente come mezzo di comunicazione linguistica ma deve essere considerato/studiato/interpretato all'interno della sfera o forma di vita alla quale appartiene (ad esempio il discorso religioso sul peccato ha senso solo all'interno di una forma di vita che è quella religiosa).
Attraverso il concetto di forme di vita, il linguaggio potrebbe acquisire un significato generale/universale/globale simile a quello che ha all'interno della filosofia di Gadamer.
Rorty ("in filosofia e specchio dell'anima") combina Heidegger e Gadamer da una parte e tutta la filosofia analitica del linguaggio dall'altra.









3) Circolo ermeneutico: Skinner mette più l'accento sulle discontinuità tra presente e passato, soggetto e oggetto, interpretante e interpretato; cioè la storia per Skinner è una lezione di differenze. Gadamer cerca la fusione degli orizzonti anche se l'interpretazione è infinita (la fusione non si realizza mai), prevale il tentativo di assimilare cioè rendere simile; per Skinner è importante che lo storico sia consapevole delle differenze, dissomiglianze tra presente e passato.
Skinner non parla mai del circolo ermeneutico (è impossibile distinguere l'oggetto dai pregiudizi con i quali li affronto).
Per Skinner la storia, se è veramente storia, deve mettermi in grado di capire qual'è la differenza ad esempio tra il  mio concetto di virtù e quello di Machiavelli.
Per Skinner non esistono domande, problemi perenni a cui si danno risposte differenti nel tempo, ma come cambiano le risposte, cambiano anche i problemi.
L'ermeneutica è il tentativo di mettermi in contatto diretto con gli autori e filosofi del passato (per Skinner non è così).
Per Gadamer l'alterità è il punto di partenza, mentre, la fusione degli orizzonti è il punto di arrivo.









Per Skinner l'alterità è il punto di arrivo, cioè lo scopo è la conoscenza dell'alterità. Secondo Skinner, noi in qualche maniera, attraverso il metodo del contestualismo possiamo oggettivare i nostri pregiudizi e neutralizzarli e così riusciamo anche ad oggettivare il testo, la filosofia e il pensatore che stiamo studiando.
Quello di Skinner è un approccio più scientifico all'interpretazione dei testi; quello di Gadamer è un approccio più esistenziale che a un certo punto diventa metafisico (precisamente quando asserisce che essere equivale a interpretare).
Infine bisogna asserire che il contesto di Skinner è scientifico, empiristico, analitico e anti-metafisico; quello di Gadamer è metafisico, anti-empiristico e anti-scientistico.








4) In Gadamer c'è una vera e propria ontologia ermeneutica. L'essere è linguaggio per Gadamer, tutte le forme di vita sono linguaggio e all'interno di questa ontologia ermeneutica si concretizza l'idea della verità come appartenenza (la comprensione è un momento dell'essere stesso e non anzitutto un fatto del soggetto). Per Gadamer la verità non è mai un umanistico afferrare ma un ontologico appartenere a qualcosa cioè l'essere-linguaggio che ci possiede e ci supera.
La nozione di contesto può essere avvicinata, paragonata alla verità come appartenenza?
La verità come appartenenza di Gadamer mi domina; io sono dominato dalla verità a cui appartengo, non posso uscire dal contesto a cui appartengo ed è per questo che ha un significato metafisico.
Per Skinner ogni contesto è limitato e dominabile! Per Gadamer il contesto cioè la verità come appartenenza è un destino a cui non si sfugge; per Skinner il contesto è una tecnica che si può padroneggiare e quindi non è un destino e dipende dalla mia libertà e responsabilità.
Ogni momento storico è contingente!

L'ermeneutica di Skinner (parte 18)

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 Uno dei modi più naturali di interpretare la storia del pensiero è quella di dire che i pensatori affrontano gli stessi problemi, danno tutti delle risposte a delle eterne domande. E' come se la storia fosse una "grande conversazione" (Rorty) in cui i grandi autori del passato dialogano intorno agli stessi problemi.
Il punto di vista di Skinner è esattamente l'opposto, cioè non esistono eterni problemi e eterne domande ma ogni discorso è storicamente individuale; cioè è calato in un contesto che è storicamente individuale/individuato.
Noi studiamo i testi per la loro individualità storica.
Secondo Skinner l'idea di una grande conversazione che si sviluppa a cavallo dei secoli è sbagliata, è una finzione e non ha un significato storico reale ma solo un significato immaginario.








La storia, asserisce Skinner, non è una lezione basata sull'identità o somiglianza fra persone e passato ma è una lezione sulla diversità tra noi e gli altri, diversità che ci aiuta a comprendere la contingenza della nostra civiltà. Studiando la storia compiamo che la nostra civiltà non è l'unico modo per organizzare la vita degli uomini; ma altri uomini hanno costruito la loro civiltà con regole, comportamenti diversi dai nostri.
La storia è anche lezione di libertà cioè noi siamo liberi di fare/costruire la nostra storia/società in  modo diverso da come si presenta; così come altri popoli/civiltà si sono organizzati in modo diverso rispetto a noi.
La storia è principalmente una lezione di diversità, contingenza, libertà e di responsabilità perché dove c'è libertà c'è responsabilità.
A questo punto, Skinner, fa riferimento a Karl Popper che ha scritto un libro intitolato "La società aperta e i suoi nemici". La società aperta è la società liberale, democratica opposta ai suoi nemici: totalitarismo.
Skinner asserisce che studiare la storia come la presenta lui è un modo per difendere la società aperta, cioè per mantenere la nostra società aperta a opzioni, alternative, soluzioni rispetto a quelle che per noi sono abituali.

L'ermeneutica di Skinner (parte 17)

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Skinner si chiede se il suo contestualismo si avvicina alle tesi che sono state enunciate in Francia da Michel Foucault il quale ha sostenuto la tesi della  "morte dell'autore" cioè per comprendere un'opera letteraria, filosofica ecc... l'individualità dell'autore è poco importante cioè è secondaria rispetto alle convenzioni linguistiche ed epistemiche vigenti nella sua opera. In un certo senso l'autore è condizionato/attraversato dal linguaggio. L'episteme condiziona l'opera dei singoli individui.
Skinner non arriva ad affermare la morte dell'autore ma anche lui in un certo senso mette al di sopra dell'individualità dell'autore il contesto e il gioco linguistico che si esprime nel contesto.
Qui si trova una delle poche prese di posizione contro l'ermeneutica.






Noi accediamo, comprendiamo le intenzioni che l'autore ha non attraverso un processo di empatia ma attraverso l'uso di convenzioni linguistiche, pubbliche e quindi intersoggettive.
Ad esempio le espressioni del volto possono essere interpretate come un linguaggio comprensibile solo alla luce di convenzioni cioè regole pattuite.
Altro esempio: quando leggiamo le Meditazione di Cartesio possiamo constatare che tutta la prima parte è volta a confutare i dubbi dello scetticismo; ci sembrano strani/artefatti ma se studiamo il contesto dell'opera di Cartesio ci rendiamo contro che tra la fine del 500  e la prima metà del 600 c'era stata una rinascita dello scetticismo e quindi Cartesio con quelle argomentazioni stava giocando un gioco linguistico, una serie di mosse argomentative che avevano una forza illocutoria proprio perché si rivolgevano al contesto scettico in cui era emerso.
Se noi non studiamo il contesto ma ci fermiamo al puro significato del testo cartesiano non lo comprendiamo in tutta la sua forza illocutoria.

L'ermeneutica di Skinner (parte 16)

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B) Austin aveva proseguito nella linea di Wittgenstein e aveva scritto un libro importante intitolato "Come fare cose con le parole" che noi possiamo tradurre più semplicemente così: "Quando dire è fare" (quando il dire è una forma di azione esempio la formula del matrimonio, promettere, giurare, quando il giudice assolve o condanna).
Austin aveva chiarito che noi per ogni enunciato dobbiamo esaminare l'aspetto illocutorio e l'aspetto perlocutorio.
Il primo deriva da il loquor= parlare, esprime la forza dell'enunciato (es. prendiamo la frase il ghiaccio è sottile, sono in riva a un lago e constato che è sottile ---> in questo caso non c'è una forza illocutoria è solo una constatazione, enunciato dichiarativo. Se invece sono un vigile e vedo un bambino che pattina sul ghiaccio e grido:"il ghiaccio è sottile", il mio enunciato ha anche una forza illocutoria di un avvertimento oppure quando si minaccia).
L'aspetto perlocutorio, invece, è quello che descrive gli effetti o le conseguenze di un enunciato (esempio formula del matrimonio).








Questi concetti hanno un'applicazione anche quando noi studiamo da storici dei testi, cioè facciamo il mestiere dell'interpretazione di testi o autori del passato o presente.
La teoria degli atti linguistici applicata alla storia non è una teoria che si basa sulle intenzioni degli autori.
Secondo i critici, la tesi di Skinner, è quella di cercare le intenzioni degli autori, ma non è così in quanto egli ha sempre difeso la posizione antitenzionalista (qui Skinner fa riferimento al fatto che per una importante tradizione filosofica che risale allo storicismo tedesco dell'800 che poi è continuata nell'ermeneutica di Gadamer, comprendere un testo o un autore significa comprendere le intenzioni che l'autore ha avuto nello scrivere quel testo. Gli storicisti tedeschi dell'800 e principalmente Dilthey avevano ritenuto che lo storico attraverso una forma di empatia deve immedesimarsi nel testo o autore che viene studiato). Gadamer aveva parlato di "fusione degli orizzonti".









Questa concezione basata sul concetto base dell'idea di intenzione è stata molto criticata dalla filosofia analitica del linguaggio proprio perché le intenzioni in quanto sono interne a ciascuno non possono essere colte dall'esterno. 
Secondo la filosofia del linguaggio, tutto ciò che noi possiamo comprendere deve essere oggettivabile cioè deve esprimersi in linguaggio o azioni. Tutto ciò che noi possiamo cogliere/studiare è ciò che viene espresso in modo "pubblico" ciò che è privato (l'intenzione) è sottratto alla nostra comprensione.
(esempio di Defoe ---> pag.134 il modo più breve per cavarsela con i dissedenti è quello di uccidere. La forza illocutoria di questo significato nello scritto di Defoe è un'esortazione a uccidere i dissedenti ma è un'ironia sull'intolleranza).
L'ironia è il caso più eclatante davanti al quale si trova uno storico e che lo spinge appunto ad esaminare l'aspetto non del significato ma dell'atto linguistico che l'autore sta compiendo scrivendo un certo testo. Se uno si esprime con ironia sta asserendo il contrario di quello che apparentemente dice.
Noi dobbiamo ricostruire il contesto di un'opera per capire quale era l'uso che l'autore voleva dare alle frasi che sono contenute in un'opera. Dobbiamo considerare gli enunciati come delle mosse (perché l'autore l'ha fatta? Contro chi? Quali regole stava seguendo?).

L'ermeneutica di Skinner (parte 15)

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E' necessario tenere distinti il giudizio morale da quello storico. Quando parliamo di giudizio morale ci riferiamo al giudizio che diamo in base al codice di comportamenti, ai valori morali che noi adottiamo.
Per dare un giudizio morale non c'è bisogno di studiare la storia; da quando Mosè ha asserito di non uccidere, il giudizio morale è quello di non uccidere. La storia come disciplina non ha il compito di dare giudizi morali.
E' utile per lo storico interrogarsi sulla verità e razionalità delle credenze?
Lo storico quando si interroga sulla razionalità di una credenza deve adottare come paradigma, modello di razionalità non il proprio ma quello dell'epoca o dell'autore considerato.






Perché dal punto di vista storico ci interroghiamo sul problema della razionalità di una credenza?
Perché se riteniamo una credenza razionale per gli standard dell'epoca come storici siamo portati a credere che quella credenza è un motivo sufficiente per spiegare gli avvenimenti storici che ne derivano.
Come storico non fornisco un giudizio morale ma cerco le cause degli avvenimenti e devo capire se mi basta la credenza oppure se devo invocare altre cause storiche che stanno dietro quella credenza e che sono più importanti rispetto a questa.







In questo capitolo viene alla luce la base filosofica dell'interpretazione di Skinner la quale è da cercare nella filosofia del linguaggio del XX secolo anglosassone e in particolare nella filosofia analitica inaugurata da Wittgenstein.
Skinner fa riferimento a due autori:
a)Wittgenstein
b) Austin

Il primo aveva messo in luce il fatto che quando studiamo il linguaggio, non dobbiamo fermarci solo al significato delle parole cioè quella che può essere chiamata "dimensione semantica". Altrettanto importante accanto alla dimensione semantica è la dimensione di uso del linguaggio cioè l'utilizzo che noi facciamo del linguaggio come se fosse uno strumento.
Il linguaggio è una forma di azione!
Wittgenstein aveva messo in luce che l'uso si rivela nei giochi linguistici e nelle forme di vita.
Ogni forma di linguaggio è come un gioco che obbedisce a regole e serve per un uso.
Poi, nell'ultima fase della sua vita, aveva allargato il concetto di gioco linguistico portandolo alla dimensione della forma di vita; cioè il linguaggio ha senso/significato/uso all'interno di una forma di vita (esempio linguaggio rituale utilizzato a messa ha un significato diverso dal linguaggio utilizzato nella vita quotidiana in quanto appartiene a una forma di vita diversa da quella della vita quotidiana).
Wittgenstein faceva il paragone asserendo che le nostre parole sono come degli attrezzi in una scatola dell'artigiano (esempio la lima ha un uso diverso rispetto al cacciavite).
Anche il linguaggio è implicato nell'azione ed è una forma di azione linguistica.

L'ermeneutica di Skinner (parte 14)

venerdì 6 maggio 2011

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Capitolo 3: Interpretazione, razionalità e verità (pag.83)



Ruolo che le credenze rituali hanno nella spiegazione storica degli avvenimenti. Spesso lo storico quando studia il passato, le altre civiltà, epoche ha a che fare con delle credenze che intervengono e spiegano l'azione storica anche se ormai quelle credenze sono superate (es. nel 500/600 ci imbattiamo in credenze legate al demonio, alle streghe, ala sabba ecc..; oggi noi riteniamo che queste credenze sono false).
La nostra spiegazione della storia cambia a seconda che riteniamo le credenze degli uomini del passato vere o false?
Questo è il problema metodologico affrontato in questo capitolo.
Skinner inizia discutere la tesi di Taylor secondo il quale non è possibile isolare il problema della spiegazione storica da quello della verità della credenza.
Lo storico deve interrogarsi se la credenza che sta studiando riferendosi al passato è vera o falsa. Questo non è il punto di vista di Skinner!







Skinner cerca di delucidare le tesi dell'avversario il più possibile prima di criticarle e abbandonarle.
Skinner dice: "Perché secondo Taylor è importante interrogarsi sulla verità di una credenza dal punto di vista di uno storico?
Taylor dice che inevitabilmente se noi riteniamo che una credenza è falsa saremo portati a cercare altre spiegazioni storiche aggiuntive rispetto a quella credenza per spiegare gli avvenimenti. Se noi riteniamo che la credenza è vera siamo  anche portati a credere che la credenza sa sola giustifica il comportamento e gli avvenimenti.
Quando riteniamo che una credenza è falsa siamo portati a chiederci le ragioni che hanno portato ad adottare una credenza falsa e le interpretiamo in termini di carenza di razionalità.









A questo punto vengono proposte tre diverse regole metodologiche:
  1.  Dobbiamo assumere quella che Lewis chiama "convenzione di veracità" per i soggetti che cerchiamo si spiegare le credenze. Veridicità non è verità, infatti, la prima equivale alla sincerità.
  2. Dobbiamo prendere le affermazioni degli uomini del passato alla lettera e non interpretare in chiave allegorica, simbolica, non letterale.
  3. Si ricollega al contestualismo di Skinner cioè dobbiamo prendere le credenze che stiamo spiegando storicamente non isolate l'una dall'altra ma inserirle in un contesto in cui sono collegate (ricostruire il contesto di una credenza).



Skinner si pone il problema se la spiegazione storica di un concetto/parola/credenza richieda come condizione necessaria la sua traducibilità nel nostro linguaggio.
La tesi della traducibilità è un problema sul quale si è soffermata la filosofia analitica del linguaggio secondo la quale questo problema si pone tra enunciati protocollari e teorici.
I primi, sono quelli che descrivono un esperimento o avvenimento, sono il protocollo cioè il verbale di ciò che avviene; mentre i secondi, nella scienza ci serviamo di termini/concetti che invece non si vedono letteralmente negli esperimenti cioè non sono direttamente sperimentabili.
Si è ritenuto che gli enunciati teorici dovevano essere traducibili in enunciati protocollari.






Questo è un criterio di traducibilità forte in quanto possiamo servirci di un termine teorico solo se è traducibile in termini osservativi. Esempio quando Machiavelli usa il termine virtù, è chiaro, che non ha più il significato cristiano/morale/religioso che ha oggi.
Skinner si pone questo problema: lo storico deve essere in grado di tradurre un termine in uno corrispondente del nostro linguaggio? Molte volte questa traducibilità è impossibile.
Questo vuol dire essere cattivi storici? No, perché noi possiamo sempre ricorrere a delle perifrasi e ricostruire un contesto che ci permette di capire ad esempio la parola "virtù" senza tradurla.
Rinunciamo alla traducibilità ma non alla spiegazione storica.
L'esigenza di traducibilità termine a termine p un requisito troppo forte che non solo lo storico talvolta non può soddisfare, anzi, in certi casi deve rinunciare.
Se cerco la traducibilità cado in errore; se rinuncio a questa e cerco di ricostruire una spiegazione più ampia riesco ad esempio a capire che cosa intendeva Machiavelli con il termine virtù.







Un altro aspetto sul quale Skinner insiste molto in questo capitolo è che quando indaghiamo la razionalità di una credenza dobbiamo adottare come parametri di razionalità non i nostri ma quelli contestuali dell'autore o dell'epoca considerata.
Si può fare un'obiezione a Skinner (lui fa questa obiezione a se stesso): "il tuo contestualismo non rischia di essere un relativismo (in storia diventa giustificazionismo)?
La verità è relativa ad un contesto/epoca/civiltà.

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