" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche
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Il tutto, le parti, i buchi

sabato 30 aprile 2011

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Molte volte ti sarai divertito anche tu a cantare una canzone in una tonalità molto alta per poi riprovare la stessa melodia in una tonalità più bassa. E' ovvio: la percezione dell'armonia di una musica rimane sempre la stessa, non è riducibile alla tonalità delle note che la compongono. Possiede, come dicono gli psicologi, una qualità gestaltica, ossia rimane identica anche se mutano le parti che la compongono.
Anche le percezioni visive funzionano allo stesso modo: i diversi stimoli che compongono un'immagine percettiva vengono sempre recepiti come se fossero organizzati in tutto; fra di loro l'occhio non opera una semplice somma o associazione ma una vera e propria integrazione.







Ad esempio siamo in grado di percepire immediatamente i sentimenti che traspaiono dal volto di un uomo, anche senza essere poi in alcun modo in grado di descriverne le modificazioni dei tratti. Ma anche un organismo biologico non può essere studiato semplicemente analizzando i suoi singoli organi, così come la descrizione di un certo numero di individui non riesce a spiegare il tipo di comunità che formano nel complesso. Ed anche la natura ci offre esempi di come la totalità possieda caratteristiche introvabili nelle parti componenti: il sale da cucina, ad esempio, è commestibile, ma non lo sono affatto il sodio ed il cloro.








Ma che succede quando la parte di un tutto possiede solo caratteristiche in negativo, ossia consiste in una non-esistenza? Ad esempio, cos'è un buco? Come lo si può pensare? E' un problema di ontologia (la parte della filosofia che studia l'essere delle cose): il buco, infatti, non ha realtà in sé, non ha alcuna componente fisica, è immateriale. Un buco è come una sistematica illusione visiva, un'entità parassitaria: non è nulla ma ha bisogno di un tutto per esistere.

Emmenthal, buchi e confini

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Una fetta di Emmenthal è composta anche dai suoi buchi, che ne definiscono l'essenza, perché un formaggio Emmenthal senza buchi non è affatto un formaggio Emmenthal, mentre un Gorgonzola senza vermi è sempre un Gorgonzola. Il che significa che l'inerenza ontologica del buco è molto più forte di quella del verme. (...).
Il senso comune direbbe che buco più o buco meno non importa, ma non è così.(...) Se si sostituisce anche un solo atomo a un tavolo se ne cambia l'identità (...) ed è fatale che sia così, perché altrimenti si affermerebbe la legge secondo cui se si sostituisce un atomo a un tavolo e non cambia niente, allora non cambierebbe nulla se si sostituissero due atomi, e così via, sino alla conclusione che un tavolo che ha tutti gli atomi diversi resta sempre lo stesso.
E in che cosa consistono i confini? Se si taglia la coda a un gatto, si sta tagliando una coda a un gatto e non un gatto a una coda, così come si amputa la mano a un uomo e non un uomo a una mano.
Sin qui tutto bene.
Però adesso ci troviamo di fronte alla coda e al gatto: tutti e due hanno dei confini (...) Si deve concludere che i confini siano due?



Fonte: M.Ferraris, Dalla parte del tutto, "Il Sole 24 ore", 12.12.1999

Riflessioni sul formaggio Emmenthal

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Cos'è un buco? Il filosofo inglese J.Locke pensava che una teoria della percezione come semplice effetto degli stimoli fosse incompatibile con la visione di un buco. Un buco, infatti, non si può semplicemente vedere. Potremmo dire che il formaggio ha dei buchi, ma, se il formaggio è una materia, non ci sono buchi nel formaggio.
Ma che dire poi dell'orlo?
Ci può essere un orlo senza formaggio? Un orlo in sé, di nulla in particolare? E cosa bisogna pensare delle seguenti parole: "conclusione", "disturbo", "evento", "iniziare", "essere"?


Fonte: Sembra ma non è di U.N.

Percezione: idee ingenue

martedì 26 aprile 2011

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La vista è un film fatto con gli occhi



Socrate: Mi sembra che un buon argomento per iniziare la nostra discussione sia cercare di capire cosa succede quando vedi qualcosa. E' il tuo occhio che vede o la tua mente?
Pierino: Ho letto una volta che si può paragonare l'occhio ad una macchina fotografica. Le somiglianze sono veramente impressionanti: la pupilla assolve le funzioni del diaframma, il cristallino è come la lente dell'obiettivo, la retina come la pellicola, mentre i coni e bastoncelli (le cellule sensitive sulla retina) corrispondono agli elementi chimici fotosensibili presenti sulla pellicola fotografica.
Socrate: Ciò significa che l'occhio funziona come un apparecchio fotografico?
Pierino: Più o meno si. Meglio dire: come una cinepresa. Ciò che vedo è come un film fatto con gli occhi e questi sono come due videocamere a circuito chiuso con un visore situato nel bel mezzo della testa.






L'ipotesi dell'Omuncolo interiore



Socrate: Ma come passano le immagini dall'occhio al cervello, o come tu dici, dalle videocamere al visore centrale?
Pierino: Penso che sia come con il telefono. I dati visivi vengono trasformati in impulsi e spediti all'unità centrale, il cervello, dove in qualche modo l'immagine è ricomposta. Proprio come la cornetta di un apparecchio telefonico ritrasforma in voce gli impulsi elettrici ricevuti.
Socrate: Ma allora ci sono due tipi di immagini distinte, la prima sulla retina, la seconda nella mente?
Pierino: Si. Ci sono immagini oculari ed immagini mentali. In ogni caso se chiudo gli occhi posso rivedere con l'occhio della mente ciò che ho appena visto.
Socrate: Ma chi si gode questo film? Chi guarda le percezioni che l'occhio ha telefonato al cervello? Chi osserva le riproduzioni mentali?
Pierino: E' come se nel bel mezzo del cervello, esattamente là dove si incrociano le linee che dagli occhi portano agli oggetti, esistesse un terzo occhio o un ometto interiore,  capace di osservare l'immagine retinica dall'interno della testa.
Socrate: Questo è proprio quello che i filosofi hanno chiamato Omuncolo. Ma dimmi; se ciò che dici è vero, allora la percezione visiva non può sbagliare. E' sempre veritiera?






Passività e verità del vedere


Pierino: Ma certo! Non si può certo scegliere cosa vedere, così come non si può vedere ciò che non c'è; o al contrario non vedere ciò che esiste. Oppure ancora vedere più una cosa che un'altra.
Se così non fosse, come potrebbero gli scienziati leggere gli strumenti? La scienza sarebbe impossibile!
Socrate: Possiamo dire quindi che vedere è un'operazione automatica e passiva?
Pierino: Certo. Non siamo mica liberi di vedere ciò che vogliamo! Quindi ciò che vediamo è indiscutibile. Anche tu tante volte dici l'ho visto per dire ne sono certo. Insomma, mi sembra che vedere sia la cosa più semplice del mondo; in fin dei conti anche i neonati riescono a farlo! 
Secondo me non c'è alcun problema, men che meno filosofico


Fonte: Sembra ma non è di U.N

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