" Il mio scopo è mettere il lettore in uno stato mentale così elastico da farlo sollevare sulla punta dei piedi."
Friedrich W. Nietzsche
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La morale kantiana

martedì 22 marzo 2011

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Relazione tra infinito e finito: la condizione di finitezza e fragilità dell'uomo è ben lungi dal conseguire la santità in questa vita. Emerge la necessità di ammettere l'incondizionato quale condizione di possibilità (necessaria) della condizionatezza e della nostra condizione morale.
Per Kant è ridicolo parlare di teologia naturale (che pretende di dimostrare la necessità di Dio da argomenti di natura); non è possibile pensare l'incondizionato a partire dal condizionato.
Se Dio fosse oggetto di dimostrazione, verrebbe meno ogni libertà di credere e l'uomo non sarebbe più libero nella sua scelta morale (l'uomo si sottomette alla legge morale attraverso un atto di obbedienza libera).
(cfr. p.321, ed.Laterza)= la natura è destinata a tendere al sommo bene. Occorre osservare che il tendere di Aristotele è naturale, laddove il tendere umano produce felicità poiché corrisponde adeguatamente alla sua natura. Invece, il tendere di Kant è Streben-sforzo, si tratta di uno sforzo che implica tensione.






L'uomo non solo è individuo, ma è anche persona in forza della sua dignità morale (ciò che lo distingue dall'animale che è solo individuo). In Kant c'è un abbozzo delle filosofia della persona, che non ha mai un'esistenza isolata ma esibisce sempre un carattere di universalità (l'uomo non come mezzo, bensì come fine).
(cfr. pp 352-353, ed. Laterza): "Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me". Kant pone l'uomo (con accenti agostiniani e pascaliani) tra l'immensità dell'universo e l'infinito interiore dato dalla legge morale.

La morale kantiana

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Dialettica della ragion pratica (sul modello, come già detto altrove, della ragion pura). La dialettica nella ragion pratica, rispetto alla ragion pura, ha un esito positivo, cioè ci pone dinanzi a oggetti che non ricerchiamo, ma di cui abbiamo bisogno. Siamo posti dinanzi all'incondizionato (a differenza del condizionato della ragion pura nel suo esercizio teoretico-conoscitivo).
Il sommo bene (das hochste Gut)- (hochste è superlativo relativo si hoch=alto). "Sommo" può significare "supremo" e "perfetto", reca in sé un'accezione ambigua. Quando pensiamo al "sommo bene" ci rivolgiamo a qualcosa di perfetto, all'unione di virtù e felicità. La virtù è il bene supremo, ma non perfetto, concluso in sé, giacché può essere privo della felicità.




Antinomia della ragion pratica (cfr. p.249, ed. Laterza)

Nel sommo bene la virtù e la felicità sono pensate come congiunte. Se concepiamo tale relazione come analitica, o la felicità si risolve nella virtù (stoicismo) o la virtù si risolve nella felicità (epicureismo). Tuttavia in questo caso uno dei due termini viene annullato. Invece, se la relazione è concepita come sintetica, o la felicità produce la virtù o la virtù produce la felicità. A giudizio di Kant, il primo caso è impossibile poiché le massime che ripongono il motivo determinante della volontà nel desiderio della felicità personale non sono per nulla morali e non possono fondare alcuna virtù. Parimenti il secondo caso è impossibile poiché nel mondo naturale virtù e felicità non sono mai congiunte, ma sempre distinte e opposte. L'antinomia in questione rischia di rendere impossibile il sommo bene e di ridurre la legge morale, che lo promuove, a un'impresa chimerica. 
Ne consegue che l'antinomia dev'essere sciolta e per scioglierla diviene cogente postulare una dimensione soprasensibile, dove vi sia una relazione necessaria tra virtù e felicità. Infatti il caso citato -secondo cui la virtù produce felicità- non è impossibile in senso assoluto, ma solo nell'ordine del mondo empirico.
L'uomo è chiamato all'infinito (la moralità è una scintilla di eternità dentro di noi), l'eternità dell'uomo quale vocazione all'infinito.
Postulati pratici (immortalità, libertà, esistenza di Dio): il postulato è una proposizione teoretica non dimostrabile, ma assurge a condizione di esistenza e di pensabilità della legge morale. I postulati sono presupposizioni necessarie che vengono ammesse per rendere possibile la realtà della morale stessa (es. l'esistenza di Dio non viene dimostrata, ma postulata, è una necessità che risponde a un bisogno razionale pratico).

La morale kantiana

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Abbiamo osservato che la ragion pura, nel suo esercizio conoscitivo, è limitata, ovvero esige un dato sensibile; la sua applicazione al sensibile si contrappone alla pretesa di conoscere le cose in sé (passaggio illegittimo tra sensibile e soprasensibile, infatti tra io due ambiti sussiste un abisso incolmabile).
La realtà oggettiva della volontà è un fatto della ragion pura nel suo esercizio pratica (non è un fatto empirico).
Tra ragion pura e ragion pratica non c'è contraddizione, i risultati della ragion pura sono fondamentali per la ragion pratica: modelliamo la nostra volontà secondo i principi della ragione. Ad es. nell'ambito pratico emerge una causalità difforme dalla relazione deterministica causa-effetto del mondo naturale. La volontà causa delle intenzioni e delle massime in forza di una causalità secondo libertà, che non ha alcun vincolo empirico. Il limite introdotto dalla ragion pura è utile al fine di non vagare nel trascendente e offre le condizioni di possibilità per pensare (nell'ambito pratico) una causalità secondo libertà.





Capitolo II Del concetto di un oggetto della ragion pratica (cfr. p.125 ed. Laterza).


Nella riflessione kantiana, a partire dalla legge morale il bene diventa l'oggetto incluso e contemplato dalla legge morale stessa, ma l'oggetto della ragion pratica non si risolve nel bene (si approderebbe così a una morale contenutistica), ma si esplica nella determinazione del bene e del male. Il bene è la volontà buona, ovvero la produzione causale della volontà secondo libertà. Mi rappresento il bene come effetto di ciò che la volontà ha prodotto secondo libertà. Il bene dev'essere distinto dal piacevole e dallo spiacevole (es. il bene non è tale perché è piacevole).
Schematismo: tra il sensibile (materialità empirica) e le categorie della ragione si delinea un rapporto di eterogeneità.
Kant trova un termine intermedio (schema), ossia una funzione che predispone il materiale empirico alla corrispondente categoria. Questo schema è il tempo (c'è una successione nel tempo che predispone il fenomeno a essere compreso). Dello schematismo non si ha necessità nella ragion pratica, dove nella determinazione della volontà non si dà alcuna eterogeneità, è una dimensione non condizionata dall'empirico. Si parla invero di una tipica della morale, ovvero una matrice dell'azione morale, un'impronta che determina un'azione morale.
Ciò che ci permette di eludere due vie perniciose:
  • EMPIRISMO ( la morale si risolve in sentimenti empirici);
  • MISTICISMO
Si tratta di due visioni che non fanno i conti con la tipica della ragion pratica. In Kant esempi di tipica sono: dolore (Schmerz) e rispetto (Achtung), questi non sono altro che contrassegni della legge morale. La legge morale introduce una tensione conflittuale con gli impulsi sensibili (assume un carattere di dolore). Agli occhi di Kant, il rispetto è l'unico sentimento morale legittimo.






"Dovere, nome grande e sublime...." la riflessione morale kantiana prescinde da ogni inclinazione sensibile, ovvero rivendica la libertà e l'indipendenza del meccanismo deterministico della natura.
Delucidazione critica dell'analitica della ragion pura pratica (cfr. p.195 ed. Laterza)= la morale apre verso il mondo intelligibile (causalità libera, dimensione incondizionata).

Legge fondamentale della ragion pura pratica

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Legge fondamentale della ragion pura pratica: (paragrafo VII p.65 ed. Laterza)

L'uomo deve agire in modo che la massima della sua volontà possa valere sempre (jederzeit) e al tempo stesso (zugleich) come principio di una legislazione universale (Gesetz- gebung). Per "legislazione universale" intendiamo un'universalità in grado di legiferare: la legge morale diviene essa stessa legislatrice. Emerge il carattere creativo della morale, ossia si delinea la capacità di produrre l'universalità. E' una morale dell'intenzione, dell'inventiva e della libertà.
L'imperativo categorico (universale, formale, autonomo) è passibile di differenti formulazioni.
Kant riduce tutto a un unico principio, ossia che la volontà sia buona. La volontà è tale quando obbedisce al comando della morale, ciò accade quando si lascia determinare interamente dalla ragione. Questo atteggiamento si contrappone ai principi contenutistici, materiali e soggettivi.






Corollario (p.67 ed. Laterza)


La ragione pura è già di per sé pratica, nell'atto in cui è volta a determinare l'azione. In Kant si danno due ragioni contrapposte, ma la ragione è una sola: quando si applica all'ambito conoscitivo è pura, quando invece si applica alla volontà è pratica.
Tema del dovere (Pflicht), un dovere che non è mai un Mussen (dovere deterministico), ma un Sollen (dovere morale). Il dovere morale implica uno sforzo, una tensione; infatti, non si dà un'obbedienza immediata al dovere. Nessun uomo agisce in modo perfettamente morale, la santità (l'essere perfettamente morale) è soltanto di Dio, all'uomo compete la virtù: la virtù è tensione verso la santità, l'uomo intraprende un cammino infinito di approssimazione alla santità quale suo obiettivo reale.


Postulati della ragion pratica


Postulato o proposizione teoretica non dimostrabile che inerisce alla legge morale come condizione della sua stessa esistenza e pensabilità.
  • Libertà ( il dovere è ratio cognoscendi della libertà, mentre la libertà è ratio essendi del dovere).
  • Immortalità (1. la santità rende degni del sommo bene; 2. la santità non può essere realizzata nella nostra esistenza terrena; 3.Kant ammette che l'uomo oltre il tempo finito della sua esistenza, possa disporre di un tempo infinito grazie a cui approssimarsi all'infinito verso la santità).
  • Esistenza di Dio (quale elemento necessario che dà senso all'ordinamento morale del mondo, condizione di fondamento dell'agire pratico).









Paragrafo VIII (p.71-ed.Laterza)  L'autonomia della volontà è l'unico principio di tutte le leggi morali e dei doveri che loro corrispondono.
Kant appronta una tavola che enumera i motivi di carattere soggettivo al fine di contestare tutte le morali contenutistiche (cfr. p.87 ed. Laterza). Si ricerca un fondamento inconcusso della morale.

Deduzione dei principi della ragion pratica: "deduzione" è un termine di ambito giuridico che significa "giustificazione" della legittimità di una pretesa. Nella ragion pura abbiamo la giustificazione delle categorie della ragione: Kant giustifica l'applicazione delle categorie alle intuizioni empiriche, infatti solo applicando le categorie il materiale empirico diventa conoscibile. La deduzione presente nella ragion pratica è differente, poiché non c'è la medesima estraneità che sussiste tra le categorie e l'intuizione empirica. La ragione determina la volontà, cioè se stessa.


Lettura p.91-ed. Laterza


Si cerca di comprendere come sia possibile una ragione (pura) pratica, che determini immediatamente la volontà. In sede teoretica Kant mostra come è possibile la libertà, mentre in sede pratica ne mostra la necessità. Inoltre, non posso e non devo dedurre la legge morale perché essa è un fatto. La legge morale diviene fonte di giustificazione della libertà (si attua un rovesciamento rispetto alla ragion pura).

La morale kantiana

lunedì 21 marzo 2011

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La ragion pura pratica è fondamento sufficiente in grado di determinare immediatamente la volontà. La differenza tra massime e leggi è di tipo patologico ("patire", "affezione " secondo l'accezione greca): nella volontà affetta patologicamente si ha l'intervento di moventi esterni che incidono sulla volontà, che in questo caso non è volontà buona, ma volontà passiva, una volontà che patisce invece di essere l'istanza determinante dell'azione. La massima affetta patologicamente non può ergersi al valore universale di legge.
I principi pratici si dividono in massime e imperativi (ipotetici e categorici):
  • MASSIME: principi pratici soggettivi, ovvero regole di comportamento che l'individuo considera valide soltanto per la sua volontà.
  • IMPERATIVI: principi con valore oggettivo che hanno il carattere urgente del comando e valgono per chiunque. Gli imperativi a loro volta si dividono in categorici  (valgono sempre e per chiunque) e ipotetici (danno luogo a massime, imperativi fondati su una condizione).


Analitica- paragrafo II (p.39-ed. Laterza)

Kant parla di Prinzipien= criteri di orientamento pratico, non si tratta di Grundsatze (criteri fondamentali su cui fondiamo la nostra esistenza).
Voraus- setzen (presuppongo=pongono come elemento previo): porre nel senso di costituire qualcosa come fondamento.
Begehrungs-vermogen (facoltà di desiderare)
Se il fondamento di un principio pratico non risiede nella ragione, ma in un'istanza desiderativa, ciò che determina l'azione è un oggetto del desiderio, ossia un motivo empirico, particolare: la facoltà di desiderare non può perciò valere come motivo determinante dell'azione morale.





Teorema II (p.41-ed. Laterza)

Tutte le morali fondate su principi empirici (es. la ricerca individuale della felicità) vengono contestate da Kant, giacché in esse ciò che determina è l'oggetto e il soddisfacimento del desiderio (non possono essere il fattore determinante dell'azione).Kant ad esempio attacca le morali del sentimento morale: il fondamento della morale è un sentimento innato nell'uomo. Il sentimento rappresenta agli occhi di Kant un'esistenza debole e patologica, mentre il fondamento della morale è una legge razionale, necessaria, universale, pura (cioè non affetta da istanze empiriche). Non possiamo attingere a nessun oggetto, desiderio e sentimento, ma è una forma che determina il nostro agire. La legge morale, in Kant, è formale, ovvero avulsa da elementi empirici.


Teorema III, paragrafo IV (P.55-ed.Laterza)

Il motivo unico determinante del volere non è un principio empirico (forma dell'amore di sé), ma un principio secondo la forma (pura forma legislativa e universale).

Paragrafo V- Problema I-II (pp. 59/61 - ed. Laterza)

La pura forma determina la legge universale, laddove la dimensione pratica si sottrae alla legalità deterministica del mondo naturale, il motivo determinante dell'agire non è nella natura, ma nella ragione (che non è un oggetto). La ragione così determina la volontà (dove vige una causalità secondo libertà). Questa libertà  è trascendentale (trascendentale=condizione di possibilità). La libertà è una causalità trascendentale. La ragione è libera nel senso che determina se stessa, la libertà come condizione che precede l'agire.

La morale kantiana

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La libertà è postulata da Kant, dal momento che è la condizione senza la quale non sarebbe immaginabile la ragione come ciò che determina la volontà, ciò che è possibile in quanto si dà libertà.
Nella Critica della ragion pura si parte dall'intuizione e si giunge ai principi; la Critica della ragion pratica, invece, muove dai principi e in essa perde rilievo la distinzione fenomeno-noumeno: la dimensione in cui vige la libertà è puramente noumenica.

Libro I, cap. I, §1. definizione (pag.35- ed. Laterza Critica della ragion pratica): Kant afferma che i principi pratici (Paktische Grunsatze) sono proposizioni (sind Satze) che contengono una determinazione universale della volontà. L'espressione "Grund-satze", oltre al significato di "proposizioni", assume l'accezione più appropriata di "elementi costitutivi", ovvero alludiamo agli elementi che costituiscono la morale, che determinano in modo universale la volontà (determinazione "Bestimmen"/ "stimmen" (intonare)=i principi intervengono sulla volontà in modo da intonarla, da farla suonare in modo universale): la volontà di Kant assume il carattere dell'universalità, non è volontà particolare.






Il carattere proprio della morale kantiana è la formalità, giacché la legge non dice che cosa dobbiamo fare, ma come dobbiamo agire: la moralità non comanda contenuti particolari (che valgono a certe condizioni), ma la forma. Dobbiamo espungere dalla morale tutti gli aspetti contenutistici; infatti, se la morale non fosse formale, bensì materiale, sarebbe vincolata ad essi e quindi condizionata (la morale è assoluta ab-soluta, cioè incondizionata, libera da condizionamenti particolari).

"Dovere! Nome sublime e grande...". Questa celebre esclamazione kantiana esprime appieno il fulcro della sua morale: il dovere per il dovere. Non dobbiamo agire in vista di un utile o di un fine (ad es. la felicità o sotto l'influenza di inclinazioni particolari), bensì dobbiamo agire solo per il dovere. Questa impostazione teorica è detta "rigorismo", la quale esclude il condizionamento delle pulsioni, delle inclinazioni e più in generale della dimensione emotiva dell'uomo. Tali condizionamenti allontanano la morale del rispetto per la legge, ossia il dovere per il dovere nel rispetto della legge.
Dovere (Pflicht)= la morale consiste nell'agire secondo una forma e non secondo un contenuto. Compiere il dovere per il dovere in antitesi alla morale della felicità, una morale determinata da contenuti empirici e soggettivi, elementi che infrangono il carattere universale della morale kantiana, nel sentimento del rispetto (Achtung) della legge, sentimento a priori che dispone l'individuo ad accogliere la legge nella sua interezza (Kant contrasta ogni tipo di morale sentimentalistica, il solo sentimento riconosciuto come legittimo è il rispetto per la legge). Kant così mette a tacere tutti gli altri sentimenti particolari. Pur essendo parte costitutiva della natura umana e quindi inalienabili, i sentimenti non possono essere il fattore determinante delle nostre azioni.






Il dovere per il dovere nel rispetto della legge rappresenta la sola condizione affinché non si passi dalla moralità  alla mera legalità : non è sufficiente che un'azione sia conforme alla legge (obbedienza puramente esteriore), in tal caso si dovrebbe parlare di atto di legalità e non di moralità. La morale esige un coinvolgimento interiore, laddove non è morale ciò che si fa, ma l'intenzione con cui lo si fa.
La natura umana è estranea al possesso della santità (Heiligkeit), che è la conformità perfetta della volontà alla legge morale e dunque una perfezione cui non può giungere nessun essere razionale in nessun momento della propria esistenza. Solo Dio è santo, cioè solo Dio è piena realizzazione della moralità nella forma della santità, quale perfetta adeguazione alla legge. L'uomo, invece, deve tendere alla santità (Kant parla di streben= tensione che richiede sforzo), giacché versa in una condizione di male radicale, di opacità e negatività ineliminabili. Kant è contro l'illusione della santità quale preteso possesso della perfezione etica.




Kant vede un primato della ragione pratica (Vorzug=tratto che ha una precedenza) sulla ragione pura: la morale evidenzia dei tratti che le conferiscono una precedenza di valore. Il motivo della moralità deve risiedere nella moralità stessa, non nella felicità (come in Aristotele). Kant parla di sommo bene (das hochste Gut): il sommo bene è la totalità incondizionata dell'oggetto della ragion pura pratica, quel bene intero e perfetto che si identifica con l'unione di virtù e felicità. La virtù rappresenta la condizione prima e originaria di ogni bene, essa è il bene supremo ma non ancora il bene perfetto o sommo bene (la virtù è dignità di felicità). L'uomo è immortale perché è destinato a un percorso senza fine verso la piena realizzazione della moralità.
Regno dei fini (Reich der Zwecke)= questa formula è tratta dalla Fondazione della metafisica dei costumi. La morale istituisce un "regno dei fini", una comunità ideale di individui liberi, che vivono secondo le leggi della morale e si riconoscono dignità a vicenda, ovvero all'individuo si riconosce la dignità di soggetto e non di oggetto.

Morale kantiana

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L'uomo conosce quando si applica a un materiale: l'oggetto non è la cosa in sé (Ding an sich= cosa in sé), ma ciò che viene da noi percepito attraverso l'intuizione empirica, detto altrimenti fenomeno. Kant supera il dualismo tradizionale soggetto-oggetto nell'unità del processo conoscitivo: da un lato l'oggetto è tale solo nell'atto di essere conosciuto, dall'altro il soggetto è tale solo nell'atto di conoscere (applicazione delle categorie all'oggetto). La conoscenza è un fatto interno al rapporto soggetto-oggetto; il soggetto (ricordo che non abbiamo una conoscenza diretta del soggetto, trattiamo dell'io come semplice funzione trascendentale del conoscere, non dell'io come complessa realtà psicologica) ha la funzione di unificare l'esperienza attraverso la sintesi, Kant parla di soggettività trascendentale.



Possiamo conoscere soltanto a condizione che vi sia un oggetto possibile della nostra esperienza. La garanzia del conoscere alberga entro i limiti imposti al suo processo di costituzione. La ragione vorrebbe prescindere dai limiti che le vengono imposti, ovvero andare oltre il limite dell'esperienza possibile, a tal proposito celebre è l'esempio della colomba che pretende di volare senza valersi della resistenza dell'aria. L'esperienza dei fenomeni è una condizione della conoscenza, ma la ragione avanza l'esigenza di conoscere in modo incondizionato, ossia di conoscere realtà non sperimentabili. La Dialettica trascendentale dimostra che l'uso incondizionato della ragione la conduce a contraddirsi.





La critica kantiana della ragione non si limita al solo aspetto teoretico-conoscitivo, bensì si occupa anche della ragione nel suo esercizio pratico-morale. Kant vuole individuare un luogo in cui l'esercizio della ragione sia avulso da elementi empirici e particolari: questo ambito è il terreno etico, dove la ragione è immediatamente volontà. Si palesa così il caso di una causalità secondo libertà ( in contrapposizione alla causalità del mondo naturale intesa come determinazione). La morale si occupa di leggi ed è universale: viene avanzata la tesi di una legge etica incondizionata, libera dalle determinazioni particolari e contingenti della sensibilità. L'esistenza di una legge morale a priori rappresenta un fatto indubitabile della ragione, che dev'essere constatato e non dedotto da precedenti dati della ragione stessa. La ragion (pura) pratica non ha bisogno della giustificazione della sua applicabilità, essa determina la volontà, ovvero se stessa (è la ragione che si esercita nell'essere attivo).





La morale è da sé sola sufficiente a determinare la volontà. Nell'ambito dell'azione dobbiamo partire dalla ragione (in grado di determinare se stessa); infatti sul piano morale la ragione è suprema legislatrice, cioè la ragione dà legge a se stessa (incondizionatezza o assolutezza della legge morale), non la ricava dall'esterno: la ragione è libera nel volere ciò che vuole, ne segue la libertà dell'agire, la validità universale e necessaria della legge. In tal senso possiamo definire autonoma la morale kantiana (che trae la legge da se stessa), difforme per sua stessa definizione dalla morale contenutistica ed eteronoma (che pone il fondamento del dovere in forze esterne alla ragione umana). La morale eteronoma fa scaturire la morale da principi materiali, mentre la morale autonoma scaturisce dalla pura forma dell'imperativo categorico.
Pertanto la ragione determina liberamente la volontà e nessuna costrizione esterna può privarla della sua libertà (in linea di principio). La ragione si erge a legislatrice della morale: l'uomo è norma a se stesso.

Breve riepilogo della struttura e dei contenuti della Critica della ragion pura di Kant

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Bisogna ricordare che tempo e spazio non esistono in sé!

Analitica trascendentale: sensibilità e intelletto sono aspetti complementari e indispensabili del nostro processo conoscitivo: senza sensibilità nessun oggetto ci verrebbe dato e senza intelletto nessun oggetto verrebbe pensato. In tal senso i concetti sono funzioni che ordinano e unificano diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune. I concetti puri si identificano con le categorie, ovvero con le supreme funzioni unificatrici dell'intelletto. L'uomo formula giudizi secondo la categorie: l'intelletto unifica a priori, nei giudizi, le molteplici intuizioni empiriche della sensibilità.
Kant riconosce l'esistenza di tre ordini di giudizi:
a) Giudizi analitici a priori, che vengono enunciati a priori (senza ricorrere all'esperienza), giacché in essi il predicato esplicita quanto è già contenuto nella definizione del soggetto (es. i corpi sono estesi).
b) Giudizi sintetici a posteriori, che vengono enunciati a posteriori, poiché in essi il predicato afferma qualcosa di nuovo rispetto al soggetto (es. i corpo sono pesanti)
c) Giudizi sintetici a priori, che sono posti a fondamento della scienza, dove sono contemplate verità universali e necessarie, che valgono ovunque e sempre (es. tutto ciò che accade ha una causa).





Dialettica trascendentale: vi sono cose su cui non è possibile sensatamente formulare giudizi filosofici (anima, mondo e Dio).
  • Non si ha conoscenza dell'anima (intesa come identità del soggetto), l'Io coglie di sé il fenomeno, non l'Io in sé.
  • L'uomo non conosce il mondo in sé, come totalità incondizionata dei fenomeni, non c'è intuizione empirica del mondo come totalità, in tal caso non posso applicare categorie e non posso formulare giudizi.
  • Infine, di Dio non possiamo dimostrarne l'esistenza né la sua inesistenza, quand'anche Dio si rivelasse all'uomo, ne deriverebbe una mera conoscenza fenomenica, cioè una conoscenza di Dio come fenomeno e non di Dio come noumeno (Dio in sé).

La morale kantiana

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La riflessione morale kantiana introduce un nuovo paradigma teorico (etica del dovere) e, alla luce del metodo contrastivo, tale modello si pone in alternativa all'etica aristotelica (etica della felicità). L'opera maggiore di Kant (1724-1804) è senza dubbio "La critica della ragion pura" (1781), non è uno scritto di argomento morale! La struttura della Critica della ragion pratica (dove la questione morale trova la sua trattazione sistematica) viene modellata sulla struttura della Critica della ragion pura.


 Opere morali

"Fondazione della metafisica dei costumi" (1785)
"Critica della ragion pratica" (1788)
"Metafisica dei costumi" (1797)


Premesse della morale kantiana


Espongo in breve le ragioni che hanno determinato il mutamento del paradigma tradizionale (aristotelico) in merito alla riflessione morale, una breve digressione che ci consentirà di comprendere appieno la costituzione della morale kantiana.
In Aristotele emerge un approccio positivo nell'affrontare il tema etico: la virtù è "misura", a misura della nostra esistenza. Si tratta di un approccio positivo di tipo naturalistico e finalistico. Al paradigma aristotelico si contrappone una concezione propria della tradizione ebraico-cristiana e, com'è noto, fondata sul mitologema del peccato originale.




a) Peccato originale: la nostra ricezione del mito (rappresentazione immaginifica) del peccato originale è in genere di matrice giuridica: di chi è la colpa (Adamo o Eva)?
Quali sono le conseguenze? Tuttavia, l'istanza giuridica ci preclude di cogliere il vero senso del racconto della Genesi. Il problema posto dal mito non è né giuridico né morale: l'uomo (creato da Dio) diviene a sua volta creatore della vita e della morte insieme. Nel momento in cui l'uomo avverte la propria capacità di generare (in principio la sessualità è disgiunta dalla generatività), non solo comprende di essere partecipe della natura divina (eternità), ma al tempo stesso è lacerato dalla drammatica consapevolezza di essere finito e di generare esseri finiti. L'uomo diviene consapevole di generare insieme alla vita la morte, la vita è correlata fin dal suo sorgere alla morte.
b) Nella storia della civiltà cristiana (in particolare durante l'età medioevale) da una parte si assiste all'imporsi di una fase largamente platonica, istanza che favorisce una religione dualistica (carne-spirito; bene-male); dall'altra non possiamo ignorare l'influenza esercitata dal magistero aristotelico sul pensiero scolastico (es. Tommaso d'Aquino).
Il concorso di tradizioni di pensiero eterogenee configura una commistione di cristianesimo, platonismo e aristotelismo. Nel dibattito filosofico di età rinascimentale, invece, sotto l'influenza di Aristotele, si approda all'idea dell'uomo quale misura del mondo: la virtù come capacità di dare ordine al mondo.





c) Dopo il Rinascimento matura una concezione sempre più individualistica dell'uomo. Cartesio inaugura il principiare della modernità: il soggetto individuale ha il compito di mettere ordine nel mondo (in Aristotele abbiamo una concezione collettivistica). L'individuo, agli albori della modernità, assurge a misura assoluta. Quanto più cresce il senso della propria individualità, tanto più si esige una morale universale e comune all'intera umanità: l'individualismo introduce il particolarismo. Il bisogno di una morale universale non si dà in Aristotele; infatti, nel pensiero aristotelico tutti gli uomini tendono per natura alla felicità, ovvero l'universalità esistente è inscritta naturalmente nell'umanità.

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